PAPER Francesca De Benedetti Novembre 2025 Il copione illiberale Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” Sede Italia Note legali Editore Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. Godesberger Allee 149 53175 Bonn| Germania info@fes.de Dipartimento editoriale Fondazione Friedrich Ebert in Italia Piazza Adriana 5| 00193 Roma| Italia Responsabilità dei contenuti e redazione Armin Hasemann| Direttore| FES Italia Contatto info.italy@fes.de Disegno Rebecca Venzi Immagine di copertina A cura della redazione di Scomodo L’uso commerciale dei media pubblicati dalla Fondazione Friedrich Ebert non è concesso senza autorizzazione scritta da parte della Fondazione. Le pubblicazioni della Fondazione Friedrich Ebert non possono essere utilizzate come materiale per campagne elettorali. Le posizioni espresse in questa pubblicazione non sono necessariamente posizioni condivise dalla Fondazione Friedrich Ebert. 2025 ©Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. Ulteriori pubblicazioni della Fondazione Friedrich Ebert sono disponibili qui: ↗ www.fes.de/publikationen Francesca De Benedetti Novembre 2025 Il copione illiberale Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” Indice 1. Un playbook illiberale............................................ 4 2. Il messaggio dominante.......................................... 5 3. La costruzione del nemico........................................ 7 4. Tutti contro ciascun altro.......................................... 9 5. Una macchina di portata internazionale............................ 10 6. Guerra persino all’immaginario.................................... 13 7. Dio, patria, famiglia e controllo................................... 16 8. Democrazia sotto pressione...................................... 18 Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 3 1. Un playbook illiberale Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, una valanga autoritaria sembra travolgere anche l’Europa. Ma non è una catastrofe inaspettata: lo smantellamento dello stato di diritto e dei princìpi democratici non arriva all’improvviso né soltanto da oltre oceano. Partiti come l’ungherese Fidesz, Fratelli d’Italia e Lega in Italia, il Rassemblement National in Francia, il tedesco Alternative für Deutschland (AfD), il polacco Prawo i Sprawiedliwość(PiS) o l’austriaco Freiheitliche Partei Österreichs(FPÖ) alimentano una mobilitazione permanente contro le minoranze e contro l’integrazione politica europea, frammentando la società europea dall’interno. «Io conduco una lotta culturale e ideologica», diceva già nel 2011 l’esponente della destra xenofoba francese Éric Zemmour, evocando, piegando e abusando del concetto gramsciano di egemonia culturale:«Ho rivolto contro la sinistra le sue stesse armi; sono entrato nella macchina di propaganda delle emissioni tv, in mezzo ad attori, cantanti, in mezzo alla gente». Utilizzando una rete di think tank come avamposto per te ner vive le connessioni e gli scambi, le formazioni di estrema destra europee sperimentano tattiche e condividono tra loro strategie, collaudando così uno schema di azione comune. Questo playbook illiberale ha la dinamica di un martellamento: non all’improvviso, ma colpo dopo colpo, anno dopo anno, trasforma i connotati del discorso pubblico, frammenta le nostre società dall’interno e occupa sempre più spazio. A marzo del 2025, la Heritage Foundation- il think tank vicino a Donald Trump, noto per aver concepito il piano autoritario Project 2025- ha raccolto in una stanza a Washington gli esponenti del Mathias Corvinus Collegium- la macchina di soft power orbaniana- e dell’istituto polacco Ordo Iuris- vicino al PiS e noto per averne istruito la battaglia contro il diritto all’aborto- per discutere con la galassia di estrema destra europea del«Grande Reset». The Great Reset non è solo il titolo di una pubblicazione realizzata da MCC e Ordo Iuris, ma è soprattutto un piano per far regredire l’Unione europea a una pletora di istanze nazionali; non c’è da stupirsi che la Casa Bianca, con presidente e vicepresidente allergici a un’Europa unita, abbia colto l’occasione. Ma c’è un altro“grande reset” che riguarda il modo in cui articoliamo il dibattito pubblico e che è stato già avviato da oltre 15 anni. Si fonda su un punto di partenza: la costruzione del nemico. E per capire come funziona bisogna guardare anzitutto a chi ha fatto dell’illiberalismo un brand, della deriva autocratica un sistema da esportazione, della retorica anti Bruxelles il suo leitmotiv: Viktor Orbán. Le formazioni di estrema destra europee sperimentano tattiche e condividono tra loro strategie, collaudando così uno schema di azione comune. Questo playbook illiberale trasforma i connotati del discorso pubblico, frammenta le nostre società dall’interno e occupa sempre più spazio. 4 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. 2. Il messaggio dominante La deriva autocratica ungherese- in corso dal 2010 e quindi oggi in piena maturità- comincia con la presa dei media, si sviluppa con il controllo su economia e società e si radicalizza con la repressione del dissenso. Specialmente quando queste derive non vengono arginate tempestivamente - come l’Ue non ha fatto tollerando per anni le spinte autocratiche orbaniane- danno adito a un vero e proprio contagio: lo schema di azione collaudato da Viktor Orbán viene esportato anche altrove. Un caso esemplare è il ritorno al potere di Robert Fico in Slovacchia: il leader slovacco(il cui partito Smer si autodefinisce socialdemocratico) ha potuto anche avvalersi di consulenti dell’entourage orbaniano, oltre a essere in stretto contatto con Orbán stesso. Molte sono le ragioni di questa intesa- la prossimità a Mosca, l’interesse ungherese ad avere una spalla in Consiglio europeo dopo l’arrivo di Donald Tusk al posto di Mateusz Mo rawiecki in Polonia- ma ciò che la traiettoria dei due pre mier ungherese e slovacco ci racconta è anche altro: una deriva autocratica non è innescata soltanto dalla spinta a ottenere sempre più controllo e potere, ma soprattutto dalla paura di perderlo. Rispetto al premier che governava l’Ungheria alla fine degli anni Novanta, l’Orbán che dal 2010 avvia una deriva illiberale e una trasformazione autocratica è cambiato soprattutto per una ragione: si è visto scivolare via il potere nel 2002. Anche Fico in un ciclo precedente ha perso la guida del governo: nel 2018 ha dovuto dimettersi per l’assassinio di un giornalista, Ján Kuciak, e per le proteste che ne sono seguite. Inutile ricordare che anche Donald Trump, le cui derive autocratiche sono già evidenti, è già stato alla Casa Bianca e ha perso la presidenza nel 2020. Non è solo la smania di potere, ma è aver capito che lo si può perdere, a fare da innesco a una deriva illiberale: non limitarsi a governare un paese, ma pretendere di ridisegnarlo, intervenendo sui media, la magistratura, la cultura, l’economia, la politica. Il primo passaggio dello schema illiberale è dato dal tentativo di controllare l’informazione e quindi il discorso e l’opinione pubblica. In questo Budapest somiglia a Bratislava, le quali a loro volta hanno punti in comune con Roma. Nel 2024 l’Italia è entrata nel gruppo dei“paesi problematici”- proprio dove si trova l’Ungheria di Orbán- nel World Press Freedom Index. L’anno seguente, l’indice 2025 ha registrato un ulteriore peggioramento, con l’Italia 49esima. «Il governo Meloni ha contribuito in modo cospicuo al deterioramento della libertà dei media», ha segnalato Pavol Szalai, a capo dell’ufficio Ue di Reporters sans frontières. Gli attacchi al giornalismo libero, l’aumento delle cosiddette slapp(querele bavaglio) utilizzate dalla politica contro chi fa inchiesta e soprattutto le trasformazioni in corso nel servizio radiotelevisivo pubblico hanno attirato l’allarme di una serie di organizzazioni per la libertà di informazione che, riunite in una task force(la Media Freedom Rapid Re sponse composta da European Federation of Journalists, International Press Institute, European Centre for Press and Media Freedom, Article 19 Europe e Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa) hanno persino effettuato una missione d’urgenza in Italia nel 2024. Il rapporto che ne consegue porta il titolo emblematico Silencing the fourth estate: Italy’s democratic drift(“Silenziare il quarto stato: la democrazia in bilico in Italia”). Le conclusioni fanno capire perché l’attacco alla libertà dei media sia anche il primo passaggio che accomuna leader con vocazioni illiberali: si parla infatti di«intolleranza della coalizione di governo verso qualsiasi forma di critica da parte dei media»,«grave contrazione della libertà di espressione» e«indebolimento della qualità della democrazia». Accomuna tutti i leader illiberali anche il fatto di inquadrare i cronisti scomodi come nemici della patria:«Lo fa Meloni, lo fa Fico, lo fa Orbán, lo fanno tutti loro», testimonia Beata Balogová, la pluripremiata direttrice del più importante quotidiano slovacco, Sme, che ha sperimentato di persona gli attacchi del governo Fico.«Il controllo sulla tv pubblica rappresenta uno snodo cruciale. Fico lo ha detto spudoratamente: i giornalisti non sono qui per controllare il potere ma per riportare le cose buone che il governo fa. Inizialmente il governo ha voluto una legge che avrebbe imposto sul servizio pubblico un vero e proprio organo deputato a vagliare i contenuti: sì insomma, a censurarli. Dopo che la Commissione Ue si è mossa, questo organo è stato espunto dalla bozza, ma Fico ha potuto comunque facilmente assumere il controllo della tv pubblica. È sempre stata soggetta all’andamento della politica ma ora è un vero e proprio dipartimento governativo della propaganda: diffonde le parole d’ordine del premier. Un esempio: i pro ucraini diventano“guerrafondai”». Il playbook illiberale è internazionale, e per quanto Viktor Orbán abbia avuto il ruolo di iniziatore, le nuove versioni europee talvolta lo superano persino per aggressività:«Per certi versi Fico è andato persino oltre il premier ungherese, il quale non scende mai sul piano personale quando attacca i giornalisti», osserva Balogová da Bratislava. Ma si può dire altrettanto da Roma. Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 5 In Ungheria la presa sull’informazione comincia dal 2010, come la deriva autocratica. Prima viene approvata, con qualche rimbrotto di Bruxelles, una legge sui media che avvia la colonizzazione del governo sui media pubblici. Nel 2016 viene stroncato Népszabadsag, il principale quotidiano di opposizione; lo rileva un prestanome, Heinrich Pecina, per poi farlo collassare. L’operazione verrà descritta nel 2017 dall’allora leader dell’estrema destra austriaca come “modello ungherese” da esportare: Heinz-Christian Strache, durante la serata a Ibiza che lo porterà alle dimissioni, dice che«dobbiamo fare come lui», come Pecina. Il 2018 è l’anno di Kesma(Central European Press and Media Foundation): nasce un conglomerato che assorbe tv, giornali, radio, per un totale di mezzo migliaio di prodotti editoriali; una concentrazione senza precedenti di media filogovernativi. Mentre Kesma diventa un gigante e Orbán esercita una presa sempre più tentacolare su società ed economia, le realtà libere cadono come caselle del domino. Chiudono, o peggio sopravvivono, ma vengono snaturate in organi di propaganda(si veda il caso Origo). Controllare il messaggio perché il proprio diventi dominante: questo è senz’altro il primo punto della scaletta illiberale. Ma un altro passaggio è altrettanto determinante, anche perché al potere- anche quello di plasmare l’ecosistema mediatico- bisogna arrivare. Per riuscire ad arrivare al governo e poi assumere sempre più controllo, il playbook prevede uno strumento tanto collaudato quanto devastante: la costruzione di nemici. La regola del divide et impera è fondamentale per comprendere come funziona il grimaldello illiberale. Non è solo la smania di potere, ma è aver capito che lo si può perdere, a fare da innesco a una deriva illiberale: non limitarsi a governare un paese, ma pretendere di ridisegnarlo, intervenendo sui media, la magistratura, la cultura, l’economia, la politica. Il primo passaggio dello schema illiberale è dato dal tentativo di controllare l’informazione e quindi il discorso e l’opinione pubblica. 6 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. 3. La costruzione del nemico «Il perimetro della nostra libertà è segnato dal livello di potere che saremo in grado di conquistare». Così parlava nel 1990 il giovane Orbán: erano gli anni in cui veniva considerato, oltre che carismatico, anche un leader liberale. Il suo movimento era finanziato dalla fondazione Soros- grazie alla quale il fondatore di Fidesz aveva pure ottenuto una borsa per studiare a Oxford- mentre nel giro di qualche anno George Soros sarebbe diventato uno dei bersagli prediletti del premier ungherese. Sembrava ancora lontano quel 2014 in cui- nel suo intervento estivo a Tusnádfürdő in Romania- il premier ha pronunciato il suo discorso-manifesto sullo«Stato illiberale». Ma la cifra del leader ungherese resta da sempre la stessa: una costante ossessione per il potere. Ed è proprio questa ossessione a spiegarne la deriva autocratica: emerge chiaramente a partire dalla vittoria elettorale del 2010. Dopo essere stato premier dal 1998 al 2002, Orbán ha sperimentato che cosa significhi perdere il potere. Quando riesce a tornare al governo, nel 2010, è determinato ad aggrapparsi al potere a ogni costo, anche a costo di alterare gli equilibri democratici. Il segreto dell’aggressivo ritorno al potere di Viktor Orbán sta innanzitutto nella“formula Finkelstein”. Si tratta di una formula al negativo: non per qualcosa ma contro. A imbastirla è lo stratega repubblicano Arthur Jay Finkelstein, al quale il leader di Fidesz si rivolge e che era già stato consulente per figure come Ronald Reagan e Benjamin Netanyahu. Dal 2008, assieme al delfino George Birnbaum, Finkelstein ha imbastito la campagna elettorale orbaniana, basata su un fondamento che viene utilizzato tuttora: la costruzione del nemico. All’epoca è stato sùbito individuato come bersaglio George Soros, ma la lista dei demonizzati si allunga negli anni così come si protrae il ciclo di potere orbaniano: all’inizio ci sono i poster del 2019 contro Soros padre e l’allora presidente di Commissione Ue Jean-Claude Juncker; nel 2023 lo schema si ripete coi successori: le affissioni prendono di mira Soros figlio, Alex, nonché la successiva guida della Commissione, Ursula von der Leyen. Lo schema si ripete e si ibrida. Viene applicato contro l’opposizione interna; i poster della campagna orbaniana per le elezioni 2022 sono anzitutto contro: contro il leader dell’opposizione unita Péter Márki-Zay mostrato al fianco dell’ex premier Ferenc Gyurcsány. Viene utilizzato inoltre come grimaldello contro i vertici Ue, coi quali in realtà l’autocrate ungherese punta - finché può- a un compromesso, anzitutto per scongelare i fondi europei bloccati. L’ormai collaudata“formula Finkelstein” viene ripresa in tutta Europa dalle formazioni amiche di Orbán. Talvolta viene persino importata con una sorta di copia e incolla. Basti vedere come, da anni, il leader leghista Matteo Salvini scimmiotti gli attacchi orbaniani a George Soros, da lui definito sette anni fa«speculatore senza scrupoli»; o come, più di recente, per giustificare gli interventi di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, nella campagna elettorale tedesca, Giorgia Meloni in veste di premier abbia ripreso (proprio come anche Musk fa) la contrapposizione a Soros: «Non mi risulta che Elon Musk finanzi in giro partiti, asso ciazioni o esponenti; questo lo fa per esempio George Soros», ha detto nella conferenza stampa di fine anno, rinviata in realtà a 2025 già iniziato. Questo tipo di evocazioni è un campanello che allerta sull’importazione di un playbook comune, come testimonia dalla Slovacchia la direttrice Balogová: ancor prima dell’attacco del premier slovacco alla tv pubblica,«l’ispirazione orbaniana mi è apparsa chiara per la prima volta quando Fico ha fatto sua la narrazione anti Soros, sostenendo che Soros pagasse le proteste e noi», racconta.«Da allora ha usato tutto il playbook orbaniano». Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 7 L’utilizzo della formula negativa della costruzione del nemico articola tutta la propaganda dell’estrema destra, fino a diventare la spina dorsale di ogni costruzione retorica. Non si conta il numero di interventi dal palco di Meloni che, già diventata presidente del Consiglio e quindi al potere, sviluppa comunque ogni argomento sulla base dell’opposizione a quella che lei etichetta come“sinistra”, e della quale- nel costruire un costante antagonismo- si professa vittima:«C’era una sorta di cordone sanitario intorno a chi non era di sinistra, una conventio ad excludendum», dice ad esempio nell’intervento ad Atreju del 2024.«Ma noi, cari amici della sinistra, non diventeremo mai come voi. Noi siamo orgogliosamente antitetici a voi. Noi esistiamo per smentirvi, e per stupirvi». Soltanto in questo intervento di dicembre 2024 preso come esempio, la parola“sinistra” viene pronunciata 13 volte.« The left»,« the global left»,« the Brussels left»: a sentire i discorsi che l’entourage orbaniano - ad esempio Balázs Orbán, direttore politico del premier ungherese- fa da anni nelle conferenze in giro per l’Europa, Roma inclusa, si potrebbe essere tentati di credere che esista una sinistra rampante, anche alle elezioni e nei sondaggi; ma è al contrario l’estrema destra a essere più strabordante che mai. La costruzione del nemico va ben oltre l’individuazione di singole figure contro le quali scagliare la propria retorica populista in virtù del loro potere economico o politico o del loro utilizzo come feticci di una élite. Non si limita neppure all’opposizione politica. Il punto è che il grimaldello illiberale si rivolge anche contro le minoranze, fino a tentare di scomporre la società su base identitaria. L’uso e abuso di propaganda omofoba, anti migranti, l’attacco al diritto all’aborto e più in generale a un sempre più ampio parterre di diritti, esemplificano questa parabola. L’apparato retorico che le formazioni di estrema destra condividono viene utilizzato come un grimaldello per dirottare le frustrazioni dell’elettorato e più in generale della società contro una sfilza di bersagli costruiti artificialmente: è la formula Finkelstein elevata a sistema. 8 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. L’ormai collaudata “formula Finkelstein” viene ripresa in tutta Europa dalle formazioni amiche di Orbán. Talvolta viene persino importata con una sorta di copia e incolla. 4. Tutti contro ciascun altro La propaganda anti migranti mostra bene in che modo- a furia di martellare- lo schema illiberale abbia penetrato politica, società e discorso pubblico. Nel 2025, a un decennio di distanza da quella che in Europa è divenuta nota come“la crisi dei rifugiati” e a nove anni dal referendum anti migranti voluto in Ungheria da Orbán, il tema dell’accoglienza e del rispetto dei diritti- quel«Wir schaffen das», «ce la faremo» pronunciato dall’allora cancelliera Angela Merkel- è stato completamente ribaltato. In Germania, in seguendo l’impennata nei consensi di AfD, i cristianodemocratici tedeschi sono arrivati a votare una mozione sull’immigrazione assieme all’estrema destra. In Francia, i centristi del campo di Emmanuel Macron hanno promosso la loi pour contrôler l’immigration del 2024 che Marine Le Pen ha avuto buon gioco nel rivendicare come propria«vittoria ideologica». Non solo a livello nazionale ma in sede Ue, la melonizzazione della Commissione europea fa sì che la presidente Ursula von der Leyen partecipi abitualmente ai pre vertici del Consiglio europeo promossi da Meloni assieme alla premier danese per spingere quelle che Bruxelles concorda nel definire«soluzioni innovative» ma che si traducono in operazioni di esternalizzazione come il modello Albania e in violazioni dei diritti. Nella proposta avanzata a luglio 2025 dalla Commissione per il budget Ue relativo al settennato 2028-2034, nelle“buste” nazionali finiscono anche miliardi per piani di rafforzamento delle frontiere, con gioia di chi – da Meloni al premier polacco Donald Tusk – fa del tema una leva di consenso. Il sistema Schengen è ormai bucherellato di eccezioni al punto da reggere ben poco: il ripristino dei controlli alla frontiera è in voga pure a Berlino. E tutto ciò non scatena troppi imbarazzi: è diventato la norma, è stato normalizzato. Ma è cominciato anni prima, quando ancora le parole“muro” o“respingimento” erano associate al solo campo semantico sovranista. In Ue il lavoro completato oggi da Meloni- che dialoga a riguardo con von der Leyen- è stato iniziato col martellante esercizio di retorica anti migranti collaudato da Orbán. Nell’ottobre 2016, agli ungheresi è stato anche sottoposto un referendum(con la domanda:«Vuoi che l’Ue possa imporre il reinsediamento obbligatorio dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento?»). Nel 2015, lo spauracchio dell’arrivo in massa di migranti è stato utilizzato da Fidesz per far passare una legge che autorizza il governo a dichiarare lo stato di emergenza con la leva di un arrivo di migliaia di rifugiati alla frontiera. Leva che l’esecutivo guidato da Orbán ha attivato, nonostante nel paese quegli arrivi massicci non si siano affatto verificati. Come vedremo più avanti con il divieto di pride del 2025 e altri esempi, molto spesso dietro l’iniziativa di bandiera identitaria che in apparenza colpisce i diritti di una fascia di persone si nasconde in realtà anche una leva per comprimere più in generale la democrazia. Inoltre un playbook è fatto per essere riutilizzato: infatti così è avvenuto. Ad esempio gli ultraconservatori polacchi hanno replicato la strategia orbaniana sia per la dura retorica anti migranti-«Gli immigrati ci portano il colera e i parassiti», diceva già una decina di anni fa il leader del PiS Jarosław Kaczyński- sia per l’utilizzo del referendum iden titario come strumento di mobilitazione elettorale. «Sei favorevole all’ammissione di migliaia di immigrati clandestini dal Medio Oriente e dall’Africa, in conformità con il meccanismo di ricollocamento forzato imposto dalla burocrazia europea?»: è il quesito referendario cardine dei quattro che il PiS ha sottoposto a voto nell’ottobre 2023, replicando il modello orbaniano in tutto e per tutto. Dall’Ungheria viene l’idea del referendum anti migranti e sempre in zona Orbán è stato collaudato l’utilizzo del referendum di propaganda- in cui già il quesito è formulato in modo da importare gli assunti ideologici del partito di riferimento- combinandolo con la data delle elezioni parlamentari. L’idea serve a molteplici scopi: polarizzare il dibattito elettorale su temi identitari, mobilitare il proprio elettorato e quello tentato da destre ancor più estreme(nel caso polacco i neofascisti di Konfederacja), nonché se possibile frantumare un fronte di opposizione unito(come è stato in Polonia nel 2023 e in Ungheria l’anno precedente) dividendolo sul tema oggetto di voto. Il premier ungherese ha fatto una mossa di questo tipo alle elezioni del 2022, sovrapponendo alle parlamentari del 3 aprile anche un referendum anti lgbt, costruito in realtà come un sondaggio di opinione(non ha lo scopo di abrogare alcuna legge ma semmai di rinvigorire quella anti lgbt del 2021). Per l’utilizzo che queste forze illiberali ne fanno, tra i tanti scopi che il referendum ha, vincerlo è solo un obiettivo secondario, tant’è vero che né il referendum ungherese anti migranti del 2015 né quello anti lgbt del 2022 hanno raggiunto il quorum. Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 9 5. Una macchina di portata internazionale Prima di continuare a esplorare gli esercizi di attacco ai diritti su scala internazionale, vale la pena ricostruire i meccanismi di coordinamento e di scambio. Una galassia di think tank e istituti collegati all’estrema destra si incarica infatti di tener vive stabilmente le relazioni tra le diverse formazioni politiche; il che ha consentito a esponenti di Fratelli d’Italia o del PiS di continuare a incontrare in eventi pubblici il governo ungherese anche nel 2022, quando le posizioni di Orbán su Mosca potevano procurare qualche imbarazzo a una Giorgia Meloni in piena ascesa sotto la giacca di atlantista. Il network in questione si adopera inoltre per produrre piani di azione, proprio come MCC e Ordo Iuris hanno fatto stilando il piano per il“gran reset” dell’Ue. Ordo Iuris, che a sua volta fa parte della rete del Congresso mondiale delle famiglie, ha avuto un ruolo attivo sia nella crociata anti lgbt in Polonia, sia nell’attacco al diritto di aborto e nelle battaglie pro life. Già nel 2016, il leader del Pis, Jarosław Kaczyński, ammise che a ispirarlo nel suo tentativo di ina sprire il divieto di aborto era stata Ordo Iuris. Tuttavia il fulcro del sistema resta l’istituto Mathias Corvinus Collegium (MCC), una macchina di soft power orbaniana che si è do tata pure di una sede a Bruxelles, a pochi passi dalle sedi delle istituzioni europee(«occupare Bruxelles» è stato del resto lo slogan orbaniano ai tempi delle ultime elezioni europee). «Abbiamo aiutato noi i gruppi di agricoltori dei vari paesi europei a fare rete tra loro per protestare», ha vantato in un’intervista che gli ho fatto ad aprile 2024 Frank Füredi, che dirige l’avamposto brussellese di MCC. La«guerra culturale» è una delle sue locuzioni più usate. Come istituzione educativa privata MCC esiste da decenni, ma Orbán l’ha trasformata, oltre ad averle garantito ampi finanziamenti. Il Mathias Corvinus Collegium si è esteso nelle zone rurali d’Ungheria, e nel 2022 pure i confini nazionali sono risultati stretti. La sede budapestina dell’MCC è anzitutto un luogo di connessioni politiche: nell’estate 2021, mentre Fidesz, rimasto senza famiglia politica in Ue, sognava con Matteo Salvini l’unione delle destre, Francesco Giubilei – fondatore di Nazione futura e animatore di relazioni tra meloniani e orbaniani – se ne stava al MCC Budapest come visiting fellow. Anche l’estrema destra francese frequenta abitualmente l’MCC: qui ha passato la notte elettorale ungherese del 2022 Nicolas Bay, da qui sono passati i fedelissimi di Zemmour mentre quest’ultimo si preparava per le presidenziali. Ruolo affine è svolto dal Danube Institute. Ormai di casa a Budapest, nonché in questi think tank, ci sono esponenti delle destre sia europea che statunitense: non a caso lo scrittore Rod Dreher(noto anche per l’esperienza nell’American Conservative) si è trasferito nella capitale ungherese e ha pure ricevuto l’incarico di“director of network project” del Danube Institute. Dall’altra parte dell’oceano, la Heritage Foundation ha messo a punto il“Progetto 2025” che, dietro l’etichetta di «presidential transition project», intende realizzare su larga scala quel che Orbán ha fatto in Ungheria: plasmare le infrastrutture di potere così da trattenerlo nelle mani trumpiane.«Non ci basta vincere le elezioni, ci serve la gente giusta nei posti giusti», dice la Heritage scagliandosi contro «i politici liberali». Nazione Futura, think tank di area melo niana, organizza eventi con Heritage Foundation a Roma, mentre la capitale ungherese già ospita le sue edizioni della Conservative Political Action Conference; nel 2025 ad avere una sua Cpac si è aggiunta la Polonia. La rete di connessioni congiunge le capitali europee tra loro e con Washington; con tanto di gite entusiaste di Tucker Carlson nell’illiberalismo ungherese. 10 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. Dietro l’iniziativa di bandiera identitaria che in apparenza colpisce i diritti di una fascia di persone si nasconde in realtà anche una leva per comprimere più in generale la democrazia. Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 11 Una galassia di think tank e istituti collegati all’estrema destra si incarica infatti di tener vive stabilmente le relazioni tra le diverse formazioni politiche. Il network in questione si adopera inoltre per produrre piani di azione. 12 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. 6. Guerra persino all’immaginario La palestra di illiberalismo è un esercizio trasversale tra le destre di varia provenienza: come vedremo un filo- uno schema comune, un playbook- lega persino il controllo ungherese sui cartoni animati presunti queer alle battaglie dell’estrema destra nostrana contro Peppa Pig. «Il gender è il grande problema d’Europa»: a dirlo davanti alla stampa internazionale è Orbán in occasione delle elezioni 2022 che gli consegnano una maggioranza parlamentare persino più ampia della tornata precedente. La mobilitazione internazionale occorsa nella capitale ungherese a giugno 2025 in reazione al“divieto di pride” ha portato alla ribalta un attacco collaudato per anni in sinergia con altre formazioni europee. «C’è una somiglianza tra la legge anti lgbt ungherese e quella di Putin del 2013», mi ha fatto notare già qualche anno fa in un’intervista Áron Demeter di Amnesty Ungheria. Prima ancora che nel 2021 piombi nel parlamento ungherese la legge di matrice orbaniana, il filo ci porta in Polonia, dove il PiS- legato a Orbán per fitte relazioni politiche e a Meloni per l’appartenenza allo stesso Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei(Ecr)- svolge anch’esso un ruolo di apripista. Nel 2019, nel sud est della Polonia si erano già diffuse le“lgbt free zones”, aree proclamate«libere dall’ideologia lgbt». L’anno seguente, l’allora candidato presidenziale supportato dal PiS Andrej Duda condotto una campagna elettorale di inedita aggressività omofoba, ottenendo un secondo mandato. Nell’estate 2020, la conclusione del ciclo elettorale non ha spento i toni omofobi: il PiS- che all’epoca aveva anche il governo del paese- ha inasprito la repressione, come quando- ad agosto di quell’anno- a Varsavia i manifestanti pro lgbt hanno subìto arresti e molestie. L’attacco ai diritti lgbt è stato utilizzato come palestra sia di divisione- punta a frammentare la società e polarizzare il dibattito cavalcando battaglie identitarie contro le minoranze- che di repressione. Non a caso il divieto di pride fa parte di un pacchetto che comprende la limitazione del diritto di assemblea e l’abuso politico della sorveglianza facciale. Riannodiamo il filo dall’inizio. In Ungheria, nonostante le rilevazioni non fotografino una società omofoba e anzi gli attivisti lgbt lo descrivano come uno dei paesi dell’Europa centrale dove i movimenti sono più maturi, il martellamento illiberale inizia a colpire con l’inizio della deriva autocratica orbaniana. Già nel 2011, Jozsef Szajer- quarta tessera di Fidesz e sodale del premier dai tempi degli studi a Oxford- contribuisce a riscrivere la Costituzione, che nella nuova versione non riconosce le coppie gay. Neppure una decina di anni dopo, lo stesso Szajer- divenuto nel frattempo l’ufficiale di collegamento di Fidesz all’Europarlamento- viene sorpreso in un’orgia gay a Bruxelles; non è l’unico caso in cui i personaggi orbaniani più agguerriti nella propaganda della famiglia tradizionale inciampano su se stessi. Emblematico è anche il caso di un’altra fedelissima del premier, Katalin Novák: è stata la ministra della Fami glia(della«famiglia tradizionale»), il punto di collegamento con il World Congress of Families e la tessitrice di relazioni con leghisti come l’attuale presidente della Camera Lorenzo Fontana; ha fatto da madrina del Summit demografico di Budapest, dove nel 2023 ha portato sul palco Meloni in veste di premier. Dopodiché, a febbraio del 2024 ha dovuto dimettersi da presidente della Repubblica(ruolo assunto nel 2022) dopo le rivelazioni sulla grazia presidenziale da lei concessa al vicedirettore dell’orfanotrofio di Bicske, che aveva cercato di coprire gli abusi pedofili arrivando a forzare i bambini a prestare falsa testimonianza. Ciò non ha fre nato Meloni dal garantire a Novak un invito alla cerimonia all’Atlantic Council nel settembre 2024. La ex presidente ungherese travolta dallo scandalo pedofilia non ha mancato di esibire con selfie l’incontro amichevole con Meloni ed Elon Musk, accompagnandolo con lo slogan:«Solo i bambi ni possono salvare il mondo». Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 13 Il filo ci porta alla legge anti lgbt orbaniana, esempio di come il grimaldello illiberale deformi il discorso pubblico: il partito del premier ha piegato in direzione omofoba una legge che in origine doveva essere volta a comminare pene più dure contro la pedofilia. Ma a inizio giugno del 2021 prima del voto finale- Fidesz ha emendato il testo, aggiungendo passaggi sul divieto di contenuti che promuovono l’omosessualità e trasformando la natura della legge. Sotto il cappello della«difesa dei diritti dei minori», il provvedimento afferma«il divieto di mettere a loro disposizione contenuti devianti rispetto al sesso assegnato alla nascita, o che promuovono l’omosessualità». Anche professori ed educatori devono attenersi al principio ribadito nella legge: solo la famiglia eterosessuale ha diritto di esistere,«il padre dev’essere un uomo, la madre una donna». La legge anti Lgbt ungherese?«Dovremmo copiarla», diceva nel luglio 2021 l’allora ministro dell’Educazione polacco, Przemysław Czarnek, sostenendo inoltre che«chi è gay non è mica normale, è un deviato». Un filo- uno schema comune, un playbook- lega persino il controllo ungherese sui cartoni animati presunti queer alle battaglie dell’estrema destra nostrana contro Peppa Pig. 14 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. Le nuove disposizioni del 2021 non riguardano solo l’educazione sessuale dei minori, ma anche i contenuti che potrebbero capitar loro davanti: pure il mercato pubblicitario deve adattarsi al criterio della«famiglia tradizionale». Nel 2022 l’operazione sfocia in una surreale guerra ai cartoni animati, che viene in qualche forma importata anche dall’estrema destra italiana durante la campagna elettorale di quell’anno: a settembre Fratelli d’Italia avvia una crociata contro gli autori del cartone animato Peppa Pig, dichiarando«inaccettabile la scelta di inserire un personaggio con due mamme. Non possiamo accettare l’indottrinamento gender: chiediamo alla Rai, che acquista i diritti sulle serie di Peppa Pig in Italia, di non trasmettere l’episodio». Si tratta di una polemica di importazione: la possibile censura dei cartoni è stata introdotta proprio in quei mesi dal sistema orbaniano. Con l’introduzione della legge anti lgbt ungherese del 2021, diventa plausibile rivolgere segnalazioni sui contenuti audiovisivi alla authority dei media, che può comminare multe e obbligare allo stop dei contenuti. L’autorità regolatoria è in realtà espressione di Fidesz ed è la stessa che in passato ha tolto la licenza a emittenti indipendenti. Altre denunce, qualora i contenuti siano per esempio in un libro, possono arrivare alle prefetture, emanazione del potere centrale. Dopo un semestre dall’entrata in vigore della legge, era già arrivato oltre un centinaio di segnalazioni all’authority; a finire segnalati, pure i personaggi dei cartoni animati.«Trent’anni fa, quando i miei figli guardavano il folletto Pumuckl, chi avrebbe mai pensato di guardargli dentro ai pantaloni?», ha commentato all’epoca una utente ungherese sui social, mentre l’opposizione lanciava lo slogan«Je suis Pumuckl». La caccia alle streghe in versione cartoon- una guerra condotta persino contro l’immaginario- mostra quanto sia pervasivo il martellamento illiberale. Ma l’obiettivo di fondo va ben oltre la larvata censura dei cartoni animati. Riguarda più in generale la repressione del dissenso, come si vede allargando il quadro. Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 15 7. Dio, patria, famiglia e controllo La legge anti lgbt del 2021 manifesta la tendenza- che caratterizza tuttora le destre più o meno estreme- a utilizzare il copione illiberale per colpire le organizzazioni della società civile. Questo provvedimento è infatti indirettamente anche una legge anti ong: crea preclusioni verso le organizzazioni che non sono ritenute in sintonia con l’ideologia orbaniana. Per citare il testo, l’educazione sessuale è preclusa «alle ong con orientamenti discutibili». L’uso e abuso della propaganda identitaria come grimaldello per reprimere il dissenso si manifesta ancor più smaccatamente nel 2025, a un anno di distanza dalle nuove elezioni, quando il regime orbaniano avverte la pressione della competizione di Péter Magyar; una volta integrato nel sistema orbaniano, da quando ha deciso di sfidarlo con il suo partito, Tisza, è cresciuto nei sondaggi fino a sorpassare Fidesz. La radicalizzazione di Orbán si è manifestata quindi con una accelerazione repressiva: a febbraio 2025 il premier ha annunciato un“divieto di Pride” che si è materializzato il mese seguente con un emendamento atto a vietare riunioni che«promuovano ed esibiscano deviazioni dall’identità di genere corrispondente al sesso alla nascita, la riassegnazione di genere e l’omosessualità», con tanto di multa a chi non rispetti il divieto. Anche la costituzione è stata cambiata, contando sull’ampia maggioranza parlamentare e assegnando al«diritto dei bimbi a un adeguato sviluppo» la precedenza su tutti gli altri diritti. In tal modo Fidesz ha infilato una mina capace di compromettere il diritto di assemblea, il che- sommato all’uso della sorveglianza facciale per individuare i“multabili”- mostra la vera natura e l’obiettivo di tutti questi passaggi progressivi: l’installazione di un potenziale dispositivo repressivo. La deriva illiberale è martellante anche perché viene costruita un colpo dopo l’altro. Nel caso ungherese, è particolarmente evidente come il sistema Orbán disponga nel corso degli anni alcune leve che possono poi essere attivate in una fase successiva. Il divieto di pride si innesca sull’anteriore legge anti lgbt e utilizza la retorica sulla famiglia tradizionale per introdurre sottilmente il controllo del dissenso. Allo stesso modo anche altre parole chiave care ai sovranisti di tutta Europa-“patria”,“sovranità” e“sicurezza”- possono trasformarsi in dispositivi autoritari. I casi sono numerosi e spaziano dall’Ungheria alla stessa Italia. Nell’autunno 2022, appena il governo Meloni si è insediato e negli stessi giorni in cui una folla si radunava indisturbata a Predappio per celebrare con braccio alzato Mussolini, è stato stilato un decreto anti raduni, noto come“decreto rave”. Non molto tempo dopo, nel 2025, Giorgia Meloni ha esibito«con orgoglio» l’approvazione per via emergenziale - con procedura di decreto legge- di un provvedimento che aveva in realtà oltre un anno di vita come disegno di legge. La presidente del Consiglio ha sostenuto che il provvedimento«trasforma le parole in fatti contro i ladri di case» e che si tratti di«norme necessarie per rispettare gli impegni presi con i cittadini e con chi ogni giorno è chiamato a difendere la nostra sicurezza». Ma sotto l’etichetta della“sicurezza” la maggioranza ha inserito passaggi a dir poco inquietanti, come quello contenuto nell’articolo 31, che prevede che i servizi segreti possano dirigere e organizzare associazioni con finalità terroristiche o sovversive. Non si tratta di difendere un poliziotto comune da attacchi criminali o di proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione- come Meloni propaganda- ma semmai di schermare e rendere impunibile l’intelligence di alto livello nella realizzazione di operazioni opache. 16 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. L’uso e abuso della propaganda identitaria come grimaldello per reprimere il dissenso si manifesta ancor più smaccatamente nel 2025 Nell’Ungheria di Orbán, la parola“sovranità” è tra quelle distorte più di frequente per coprire dinamiche di repressione del dissenso. Nella primavera del 2025 nel parlamento ungherese è approdato un disegno di legge denominato“sulla trasparenza della vita pubblica” ma presto stigmatizzato dai critici come“legge russa” perché usa l’argomento di presunti agenti stranieri per reprimere il dissenso. Oltre a prevedere che nessuna organizzazione politica e della società civile, media inclusi, possa ricevere finanziamenti dall’estero (inclusi ungheresi con doppia cittadinanza) senza autorizzazione, affida indagini e liste all’Ufficio per la protezione della sovranità, il cui presidente è proposto dal premier(ed è a lui vicino). La“minaccia alla sovranità” viene stabilita da questo organismo anche sulla base dell’osservanza o meno ad alcuni princìpi fissati nella Costituzione orbaniana, come i passaggi in cui l’Ungheria viene definita democratica o quelli in cui la si àncora alla famiglia eterosessuale. Di fatto, il rispetto della“sovranità” finisce per coincidere con l’aderenza alla propaganda orbaniana: i non allineati finiscono nella lista nera, possono trovarsi i conti congelati, dover chiudere i battenti. La reazione di media liberi e organizzazioni internazionali ha congelato l’approvazione della legge, inizialmente prevista per l’estate; ma l’ossatura del disegno orbaniano resta in piedi. Sussiste infatti la controversa“legge sulla sovranità” del 2023, alla quale la“legge russa” si aggancia. E persiste quell’uso insidioso dell’Ufficio orbaniano: lo storico dell’Europa orientale Stefano Bottoni, biografo critico di Orbán, trova che la svolta in«regime si annidi proprio nel fatto di creare attraverso l’Ufficio per la protezione della sovranità un quadro paragiuridico che permetta al governo di ostacolare con metodi amministrativi – senza coinvolgere la magistratura – un’ampia gamma di organizzazioni, fino a Tisza» Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 17 8. Democrazia sotto pressione «Se potremo formare un governo in Germania, seguiremo passo per passo il modello Ungheria», ha detto a febbraio 2025 la leader di AfD Alice Weidel in una conferenza stam pa da Budapest, al fianco di Orbán. Il“modello ungherese” è di fatto un sistema di controllo autocratico su società, economia e politica. È anche un playbook ovvero uno sche ma di azione, un ventaglio di tattiche e strategie che le formazioni illiberali collaudano e scambiano tra loro. Prevede anche un set di temi comuni, veri e propri cavalli di battaglia: la retorica contro l’establishment brussellese, quella anti migranti, anti aborto, anti lgbt e via dicendo; un apparato retorico che dirotta frustrazioni sociali ed elettorali contro una sfilza di bersagli costruiti artificialmente e insistentemente: è la formula Finkelstein elevata a sistema. Questa decostruzione su base identitaria della società, la ossessione per le«guerre culturali”(una delle locuzioni ripetute con più insistenza da Füredi di Mcc Brussels) e la convinzione di poter«sfruttare l’egemonia culturale gramsciana» da destra(parole sempre di Füredi) servono in realtà a dirottare la spinta al cambiamento e la dialettica conflittuale contro bersagli prestabiliti. Bersagli che sono di attacco identitario invece che di emancipazione sociale: un premier come quello ungherese ha potuto beneficiare della tolleranza dell’ormai ex cancelliera tedesca Angela Merkel in nome della presenza delle manifatture automobilistiche, alle quali ha regalato una legge sugli straordinari nota come“slave law”. Weidel, da leader turboliberista quale è, non ha come priorità la riduzione delle disuguaglianze. La premier Meloni ha coniato il motto«non disturbiamo chi produce», elevato da von der Leyen su scala Ue per giustificare la deregolamentazione in corso. L’uso del martello illiberale non significa che questi leader e questi partiti non possano e vogliano dialogare con chi ha detenuto il potere economico e politico, a cominciare dalla famiglia politica popolare europea. Anzi: Orbán ha fatto parte del Ppe fino al 2021, dopodiché Fratelli d’Italia ha assunto il ruolo di an ello di congiunzione tra centrodestra e destre estreme. 18 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. La normalizzazione delle destre estreme e del discorso illiberale è anche l’esito di precise scelte politiche e strategiche. Va almeno citato il ruolo del leader del Ppe Manfred Weber, che dal 2021 ha contribuito all’integrazione dell’es trema destra a livello Ue: ottenendo in cambio il boicottaggio del piano di un gruppone unico delle destre estreme, Weber ha stretto con Fratelli d’Italia un’alleanza tattica che ha portato i Conservatori europei a ottenere una vicepresidenza dell’Europarlamento a gennaio 2022 e una vicepresi denza di Commissione nel mandato in corso. Il canale tra Weber e FdI ha anche inaugurato la stagione di cooperazione tra Meloni e von der Leyen e ha aperto la strada alle “maggioranze variabili”: già nella precedente legislatura con alcuni voti anti green, e ancor più durante l’attuale mandato europarlamentare, il Ppe ha votato più di una volta- ad esempio sul tema migrazione- assieme alle destre più estreme, AfD compresa. Nel frattempo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e gli interventi diretti dei ricchissimi“broligarchi” nella dinamica politica stanno elevando a potenza il playbook illiberale. L’erosione dello stato di diritto alla quale in Ue stavamo già assistendo si sta trasformando in attacco agli equilibri democratici su scala globale. Se già prima i leader delle destre polacca, ungherese e italiana attaccavano i giudici e la loro indipendenza, oggi Trump lo fa con lettera maiuscola. Se già in Ue erano sotto attacco i diritti dei migranti, in Usa siamo all’abuso della forza. Se già da queste parti avevamo sentito invocare«i pieni poteri», a Washington c’è chi sta tentando a tutti gli effetti di usarli. Se già sentivamo invocare le varie Brexit e Polexit, adesso il presidente e il vicepresidente Usa attaccano frontalmente l’Ue e le sue regole. Se questa è la nuova normalità, chi ha memoria ricorderà che di normale non c’è nulla: la democrazia è sotto pressione dopo anni e anni di martellamento illiberale. Il copione illiberale. Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” 19 20 Friedrich-Ebert-Stiftung e.V. L’autrice Francesca De Benedetti è caposervizio Europa del quotidiano Domani; in precedenza ha lavorato per Repubblica e La7. Nel 2024 è stata fellow all’Institut für die Wissenschaf ten vom Menschen(IWM) di Vienna, dove ha vinto la Milena Jesenská Fellowship for Journalists con un progetto dal titolo„Giorgia Meloni and Viktor Orbán: An Asymmetric In terdependence“. De Benedetti scrive commenti e analisi sulla politica europea per Vanity Fair Italia e per Jacobin Usa. I suoi articoli e opinioni sono stati pubblicati su svariate testate internazionali come The Independent, Balkan Insight, Die Presse, HVG e su altri outlet europei. Ha cofondato European Focus, coproduzione editoriale su scala europea realizzata da nove media tra i quali Domani, Tagesspiegel, Gazeta Wyborcza, Libération, El Confidencial. Il copione illiberale Così il discorso pubblico in Europa si è“orbanizzato” Le destre estreme e le formazioni illiberali europee hanno penetrato il discorso pubblico condividendo un’agenda disgregatrice sia per l’Europa che per le nostre società. Il playbook illiberale, condiviso da leader come Orbán e Meloni, si fonda sulla costruzione di nemici e si rafforza con lo scambio di tattiche su scala internazionale.