ANALISI DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI UN SEMAFORO A BERLINO? Riflessioni a caldo sul voto tedesco Andrea De Petris Ottobre 2021 • Con il 25,7% delle preferenze di lista, la SPD di Olaf Scholz si afferma come il primo partito tedesco, contro il 24,1% di CDU/CSU • Il candidato socialdemocratico Olaf Scholz ottiene nettamente il maggiore gradimento personale(45%) rispetto ai rivali Armin Laschet dell’Unione (20%) e Annalena Baerbock dei Verdi(14%) • La formazione del Governo richiederà per la prima volta la costruzione di un’alleanza a tre, verosimilmente in una »Coalizione Semaforo« tra SPD, Verdi e Liberali UN SEMAFORO A BERLINO? Riflessioni a caldo sul voto tedesco • Con il 25,7% delle preferenze di lista, la SPD di Olaf Scholz si afferma come il primo partito tedesco, contro il 24,1% di CDU/CSU • Il candidato socialdemocratico Olaf Scholz ottiene nettamente il maggiore gradimento personale(45%) rispetto ai rivali Armin Laschet dell’Unione(20%) e Annalena Baerbock dei Verdi(14%) • La formazione del Governo richiederà per la prima volta la costruzione di un’alleanza a tre, verosimilmente in una »Coalizione Semaforo« tra SPD, Verdi e Liberali DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI UN SEMAFORO A BERLINO? Riflessioni a caldo sul voto tedesco Indice 1 L’ADDIO DELLA MERKEL: UN LASCITO IN CERCA DI EREDI 2 2 L’INATTESA PERFORMANCE DEL CANDIDATO DELLA SPD:»KEINE EXPERIMENTE: OLAF SCHOLZ!« 2 3 PICCOLI PARTITI SALGONO… E SCENDONO 3 4 IL»TOTO-COALIZIONE« DI BERLINO 4 1 FRIEDRICH-EBERT-STIFTUNG – Un Semaforo a Berlino? 1 L’ADDIO DELLA MERKEL: UN LASCITO IN CERCA DI EREDI Il voto con il quale lo scorso 26 settembre i cittadini tedeschi sono stati chiamati a rinnovare il Bundestag si prospettava come una cesura storica per la Germania e l’Europa, per varie ragioni. In primo luogo, si è trattato delle prime consultazioni occorse dopo la conclusione di quella che è stata definita come l’»Era Merkel«, volendo con ciò intendere la sequenza di quattro Legislature consecutive in cui la Cancelleria di Berlino è rimasta saldamente in mano alla Bundeskanzlerin cristiano-democratica. Si è detto e scritto molto, e molto si scriverà ancora su Angela Merkel, unica donna in grado di eguagliare per longevità al potere due personalità fondamentali per la storia politica tedesca quali Konrad Adenauer ed Helmut Kohl, il mentore che favorì l’ingresso della Cancelliera in politica nelle file della CDU nei primissimi anni’90 del secolo scorso. Dal suo arrivo alla Cancelleria nel 2005 ad oggi, Angela Merkel non è stata costretta a confrontarsi con eventi epocali quali la fondazione della Repubblica Federale nel 1949, o la gestione del processo di riunificazione dei due Stati tedeschi nel 1990. Tuttavia, la circostanza che Merkel sia stata in grado di conservare la sua leadership per un periodo in cui, ad es., a Palazzo Chigi si sono succeduti otto Presidenti del Consiglio, è una dimostrazione di come la stessa sia stata in grado negli anni di fornire agli elettori tedeschi ciò che di regola questi più cercano nei loro governanti: stabilità e sicurezza. Lo aveva ben compreso Konrad Adenauer, il quale sui manifesti delle campagne elettorali degli anni’50 si limitava a far stampare la propria immagine accompagnata dall’ermetico slogan » Keine Experimente: CDU!«, nessun esperimento: CDU. Con parole diverse, in questi anni Angela Merkel ha trasmesso il medesimo messaggio ogni volta in cui, chiamata ad illustrare le sue proposte sulle questioni di volta in volta centrali sia per la Germania che per l’Unione Europea, rispondeva semplicemente» Sie kennen mich!«: mi conoscete, sapete chi sono. E i cittadini tedeschi, rassicurati dal fatto che per l’appunto la conoscessero, confermavano puntualmente Angela Merkel alla guida del Paese più potente d’Europa. Una volta presa la decisione di lasciare volontariamente la politica, prima a farlo nella storia della Bundesrepublik, Angela Merkel si è voluta in ogni caso premurare di individuare chi, tra le file del suo partito, potesse continuare a garantire agli elettori un sufficiente grado di stabilità e sicurezza anche rispetto a sfide nuove e complesse, come la gestione della ripresa post-pandemica, la riorganizzazione delle politiche sociali ed ambientali, o il riassetto degli equilibri geopolitici europei e globali seguiti alla Brexit ed alla Presidenza Trump. Dopo un primo tentativo con la ex Presidente della Saar, Annegret Kramp-Karrenbauer,, in verità poco riuscito per le sorti del partito, la CDU aveva individuato nell’attuale Ministerpräsident del Nordreno-Westfalia, Armin Laschet, colui che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di Angela Merkel nelle urne e mantenere i conservatori tedeschi alla guida del Governo. Invece, ed è questo il secondo elemento di eccezionalità della consultazione, man mano che le ore passavano dopo la chiusura dei seggi risultava sempre più chiaro come Laschet non sarebbe stato in grado di ripetere gli exploit della Cancelliera uscente, e che l’Unione, vale a dire la consolidata alleanza strategica tra la CDU e la sua omologa bavarese CSU, non rappresentava più la formazione preferita dalla maggioranza degli elettori. I dati ufficiali, resi noti dopo una notte di incertezze e speculazioni, hanno designato la SPD di Olaf Scholz come il nuovo primo partito tedesco, premiato con il 25,7% delle preferenze di lista, contro il 24,1% dell’Unione. I socialdemocratici, che ancora nel luglio scorso i sondaggi davano indietro di almeno 3 punti percentuali rispetto all’Unione, hanno dunque ribaltato il pronostico avverso, sebbene le analisi demoscopiche più recenti li accreditassero in verità di un più confortante vantaggio sulla CDU/CSU variabile tra il 3 ed il 4% dei consensi. E’ opportuno sottolineare come, al netto degli effetti nell’occasione poco incisivi del cd. Kandidatenfaktor, la responsabilità per la sconfitta dell’Unione non possa essere attribuita esclusivamente alla performance elettorale dei cristiano-democratici: anche i cristiano-sociali del Ministerpräsident bavarese Markus Söder, che alcuni avrebbero preferito a Laschet come candidato dell’Unione alla Cancelleria, hanno infatti perso un punto percentuale nel voto di lista rispetto al 2017. 2 L’INATTESA PERFORMANCE DEL CANDIDATO DELLA SPD: »KEINE EXPERIMENTE: OLAF SCHOLZ!« Le ragioni per questo avvicendamento al vertice della politica tedesca sono come sempre numerose, ma in molti sembrano concordare su un punto: Olaf Scholz, Ministro delle Finanze nell’ultimo Gabinetto Merkel, sembrerebbe essere stato capace di capitalizzare al meglio il consenso personale presso l’elettorato e di trasmetterlo almeno in una certa misura anche al suo partito. In un recente sondaggio Infratest dimap per Ard su chi preferissero come prossimo Cancelliere, il 45% degli intervistati aveva indicato Scholz, il 20% aveva preferito Laschet ed il 14% aveva menzionato la candidata dei Verdi Annalena Baerbock. Nello stesso sondaggio, alla richiesta di giudicare la capacità dei candidati a guidare la Cancelleria, Scholz aveva ottenuto il 66% dei consensi, contro il 27% di Laschet e il 20% della Baerbock. Il ruolo decisivo di Scholz nel successo della SPD appare confermato da un’altra valutazione demoscopica condotta dall’Istituto Forschungsgruppe Wahlen in cui, in una scala di misura variabile tra – e+ 5 punti, al 17 settembre 2021 il gradimento del partito socialdemocratico si attestava in verità su un poco lusinghiero 1,8, in ogni caso migliore dello 0,8 ottenuto sia da CDU che dai Grünen. Altro aspetto che potrebbe aver giocato un ruolo positivo nel successo di Olaf Scholz viene dalla compatta risolutezza con cui il suo partito lo ha designato come candidato alla Cancelleria: il 9 maggio 2021 l’assemblea dei delegati socialdemocratici aveva infatti individuato nell’attuale Ministro delle Finanze lo Spitzenkandidat della SPD, con il 96,2% 2 Piccoli partiti salgono… e scendono delle preferenze. In questo modo, Scholz ha potuto fornire all’opinione pubblica l’immagine di un esponente in corsa per la guida del Paese capace di contare sul supporto solido ed unitario del proprio partito. Diversa la situazione per Armin Laschet, il quale in gennaio era stato eletto presidente della CDU ai danni di Friedrich Merz, e che in aprile aveva dovuto superare la concorrenza del Ministerpräsident bavarese Markus Söder per concorrere come candidato alla Cancelleria per l’Unione. L’impressione, in entrambe le consultazioni, è che Laschet abbia dovuto combattere contro un’effettiva opposizione interna per potersi affermare nei due incarichi: non esattamente un buon viatico, per chi puntava a fornire un’immagine di stabilità e compattezza all’elettorato in vista del voto parlamentare, e che invece è stato risparmiato al candidato socialdemocratico. Da sottolineare inoltre la scelta di Scholz di concentrare la propria comunicazione elettorale sulla parola»Rispetto«, declinata in diversi ambiti(»politica del rispetto«,»rispetto per te!«,»per rispetto del tuo futuro!«) ma con l’obiettivo dichiarato di poter»vivere in una società caratterizzata da rispetto e comprensione reciproca«. Un messaggio di tolleranza ed invito alla convivenza responsabile pur nella diversità, che nonostante il rischio di risultare come il classico slogan privo di contenuto reale, sembra invece essere stato in grado di fornire almeno ad una parte dell’elettorato una visione programmatica meritevole di ricevere sostegno nelle urne. L’attenzione ai temi sociali, come l’aumento del salario minimo o l’adeguamento delle prestazioni pensionistiche, potrebbero poi aver provveduto a profilare meglio i contorni del messaggio generale della campagna di Scholz. Riguardo ai temi ritenuti più importanti nell’imminenza del voto, che verosimilmente hanno anche maggiormente orientato gli elettori nella distribuzione delle loro preferenze, alla data del 17 settembre un sondaggio di Forschungsgruppe Wahlen indicava nell’ordine: l’emergenza climatica(47%), la pandemia(28%), l’immigrazione(13%), e le disparità sociali (12%); in occasione del voto del 24 settembre 2017, nello stesso sondaggio primeggiavano l’integrazione dei migranti (49%), le pensioni(20%), le diseguaglianze sociali(16%) e l’istruzione(13%). E’ evidente come, nell’arco di quattro anni, con la comprensibile eccezione della new entry della pandemia, l’elettorato abbia trasferito la propria attenzione verso tematiche nelle quali l’Unione storicamente non vanta un particolare grado di competenza, a differenza di Verdi ed SPD, a cui nell’immaginario collettivo viene abitualmente riconosciuta un’esperienza più consolidata rispetto ad issues come la crisi climatica e la difesa del sistema di Welfare. All’altra domanda di indicare il partito più adatto a risolvere i problemi più urgenti che affliggono la Germania, lo scarto tra le due formazioni maggiori risultava minimo, con il 28% per la SPD contro il 26% della CDU, oltre al 10% per i Verdi: un’ulteriore indicazione che a fare la differenza nelle urne non dovrebbero essere stati i partiti, ma i candidati. Altro dato demoscopico importante viene dall’indicazione per cui, mentre gli elettori dell’Unione motivano il proprio voto più in base al gradimento per il programma politico che al candidato di punta del partito(45% contro 18%), nella SPD l’apprezzamento per il candidato Cancelliere è molto più vicino alla preferenza per il programma(36% contro 44%), mentre il programma risulta il fattore in assoluto decisivo nel condizionare la scelta dell’elettorato ambientalista rispetto alla candidata(82% contro 10%). A ciò si aggiunga che Scholz era l’unico fra i tre concorrenti per la Cancelleria a poter vantare il cd.» Amtsbonus«, quel vantaggio che viene dal far parte della squadra di governo uscente, e che per gli elettori si traduce di regola in una certa qual garanzia di continuità tra la legislatura precedente e quella successiva – chiaramente, fin quando la maggioranza dell’elettorato conserva un’opinione positiva dell’Esecutivo al termine del suo mandato. Essendo Scholz l’unico candidato in grado di vantare una partecipazione all’attuale Governo, è verosimile immaginare che quella quota di elettori desiderosi di continuità e poco inclini a cambiamenti strategici troppo radicali abbia trasferito l’ Amtsbonus dalla Cancelliera in carica al suo Ministro delle Finanze: insomma, volendo con una certa ironia parafrasare il già citato slogan caro ai conservatori, si potrebbe riassumere il fenomeno con un» Keine Experimente: Olaf Scholz!«. 3 PICCOLI PARTITI SALGONO… E SCENDONO Dalle urne sono venute importanti indicazioni anche riguardo agli altri partiti: i Verdi, accreditati del 25% dei consensi in primavera, hanno pagato alcuni errori della candidata Baerbock e qualche defaillance imprevista, attestandosi tuttavia alla fine su un più che dignitoso 14,8% di voti, che incrementa di sei punti percentuali il risultato del 2017 e consente al partito ambientalista di affermarsi come la terza forza politica tedesca. I Liberali di Christian Lindner, il quale nel 2017 aveva fatto saltare all’ultimo momento una coalizione»Giamaica« con Unione e Verdi che avrebbe riportato il suo partito al Governo, ottengono l’11,5% dei suffragi e si portano in ottima posizione per negoziare una loro partecipazione al prossimo Esecutivo. Alle estreme, calano entrambi i movimenti più radicali, sebbene con percentuali diverse: il partito di estrema destra euroscettico Alternative für Deutschland (AfD), non esente da sospetti di contiguità con ambienti neonazisti, grazie al suo radicamento nei Länder orientali arriva al 10,3% dei voti, che comporta comunque un −2,3% rispetto al 2017. Il movimento di sinistra Die Linke, invece, subisce un vero tracollo di preferenze e si ferma al 4,9%(−4,3 rispetto al 2017), riuscendo ad entrare al Bundestag solo grazie ai tre mandati diretti conquistati in altrettanti collegi maggioritari, che consentono al partito di disinnescare gli effetti della clausola di sbarramento del 5% dei voti di lista previsto dal sistema elettorale della Germania. In termini di seggi, le peculiarità di una disciplina elettorale verosimilmente bisognosa di prossimi adeguamenti hanno prodotto il Bundestag più numeroso della storia della Bundesrepublik, con 735 membri contro i 709 della Legislatura precedente. Secondo i dati disponibili a cinque giorni dal voto, la SPD invia in Parlamento 206 Deputati(53 in più del 3 FRIEDRICH-EBERT-STIFTUNG – Un Semaforo a Berlino? 2017), 121 dei quali eletti nei collegi; con 151 seggi, di cui 98 mandati diretti, la CDU riduce di quasi un quarto la propria rappresentanza parlamentare in confronto alla precedente Legislatura(−49), mentre la CSU sarà rappresentata a Berlino da 45 Parlamentari(−1 rispetto al 2017), tutti ottenuti grazie ad altrettante vittorie in collegi uninominali; i Verdi conquistano 118 seggi, di cui 16 mandati diretti, con un incremento del proprio gruppo parlamentare di 51 unità; i Liberali saranno rappresentati nel nuovo Bundestag da 92 Deputati, 12 in più che nella scorsa Legislatura, tutti espressi dal voto di lista; la AfD vanta 83 seggi(−11 in confronto al 2017), di cui ben 16 guadagnati in collegi dell’est; la Linke, con 39 Deputati(3 mandati diretti) vede pressoché dimezzata la propria rappresentanza parlamentare, che nel Bundestag uscente contava 69 componenti. Da menzionare anche la presenza nel prossimo Parlamento di un Deputato della lista espressione della minoranza danese Südschleswigsche Wählerverband(SSW), che dopo 60 anni dall’ultima volta è tornata a candidarsi per le elezioni federali ed ha potuto conquistare un seggio, essendo dispensata dagli effetti della clausola di sbarramento in quanto appunto movimento rappresentativo di una minoranza. Secondo alcuni, il sistema partitico tedesco sarebbe uscito »rivoluzionato« dal voto parlamentare: insieme, i due grandi (ex?) Volksparteien non mobilitano più del 50% degli elettori; un terzo dei consensi si divide tra due forze che in altri momenti erano state partner di minoranza per Governi a trazione conservatrice(i Liberali) o progressista(i Verdi); i movimenti agli estremi del panorama politico, soprattutto per quanto attiene alla AfD, preoccupano per la loro capacità di conquistare una quota rilevante di consensi non spendibile in future alleanze di governo. C’è tuttavia da chiedersi se questa presunta rivoluzione non rappresenti piuttosto una certa normalizzazione dell’assetto partitico della Germania secondo i canoni più tipici delle democrazie occidentali, in cui quello che una volta era noto come voto di appartenenza si orienta ormai secondo cleavages ed interessi assai più fluidi e mutevoli, il cd. Centro non si caratterizza più per posizionamenti ideologici predefiniti ma in base a scelte strategiche dipendenti dalle issues più pressanti del momento, ed i movimenti cd. sovranisti e/o antisistema conquistano fisiologicamente una quota di rappresentanza nelle assemblee elettive nazionali e sub-nazionali. 4 IL»TOTO-COALIZIONE« DI BERLINO I media europei stanno provando ad immaginare quali effetti produrrà il voto tedesco sulla composizione del nuovo Governo: effettivamente, sulla carta il numero delle possibili alleanze spazia da una»Coalizione Giamaica« tra Unione, Liberali e Verdi, ad una»Coalizione Semaforo« tra SPD, ambientalisti e Liberali, fino ad una(in verità politicamente assai poco probabile) ennesima riedizione della Große Koalition tra SPD ed Unione. In realtà, al di là delle ultime evoluzioni che possono averne avvicinato per certi aspetti la conformazione ad altri contesti nazionali, il sistema partitico tedesco resta condizionato da una serie di fattori sia giuridici che politici che ne garantiscono tratti di sostanziale stabilità: ad es., è convenzione politicamente consolidata che le trattative per la formazione del Governo siano affidate in prima battuta al candidato del partito di maggioranza relativa, che nell’occasione è – come ricordato – il socialdemocratico Scholz, mentre sarebbe difficile giustificare il varo di un Esecutivo che escludesse dalla sua compagine lo Spitzenkandidat con il maggior livello di consenso personale. D’altro canto, pare assodato che il prossimo Gabinetto debba quasi inevitabilmente cercare il sostegno di tre forze politiche – altro aspetto fino ad ora inedito in Germania, ma frequentemente osservato ad altre latitudini europee. Se l’Unione di Laschet risulta questa volta alternativa alla SPD, per raggiungere una maggioranza stabile al Bundestag servono i voti sia della FDP che dei Verdi, e proprio l’intesa tra Liberali ed ambientalisti appare al momento l’obiettivo più difficile da raggiungere, viste le consistenti differenze programmatiche tra le due formazioni. Tuttavia, va anche ricordato che non esistono vincoli normativi che limitino la durata delle consultazioni con cui i partiti tedeschi cercano di concordare una base programmatica comune sulla quale costruire una maggioranza di governo. La prassi indica piuttosto che i partiti si prendono tutto il tempo che a loro serve per raggiungere questo traguardo: è infatti noto a tutti come, affinché possano concludersi in modo positivo, le consultazioni per la creazione di un nuovo Esecutivo devono sfociare nella stipula di un Koalitionsvertrag, quel»Contratto di Coalizione« privo di forza giuridica, e tuttavia politicamente imprescindibile e vincolante per tutti i partner di Governo, in vigore finché dura la Legislatura o quanto meno fin quando uno dei partiti di maggioranza decide di venir meno all’accordo, assumendosene però tutte le responsabilità di fronte all’elettorato. La scorsa volta, anche a causa dei ripensamenti dei Liberali, il IV Gabinetto Merkel ha visto la luce oltre cinque mesi dopo il voto: questa volta, sebbene per il momento non si registri ancora nulla di concreto, Olaf Scholz si è dichiarato prudentemente fiducioso di poter formare il prossimo Governo entro Natale, chiaramente con lui alla Cancelleria ed il sostegno al Bundestag di una Coalizione Semaforo con SPD, Verdi e Liberali. Questa sembrerebbe anche l’opzione più gradita all’opinione pubblica, visto che alcuni sondaggi indicano la Ampelkoalition come quella preferita dal 37% del campione intervistato, contro il 34% della Coalizione Giamaica e il 30% della Große Koalition. Ad ormai diversi giorni dalla chiusura delle urne, le cronache registrano intanto le congratulazioni espresse da Laschet e Söder a Scholz per la riconosciuta vittoria elettorale, nonché l’annuncio di Baerbock di un primo incontro con Socialdemocratici e Liberali già entro una settimana dal voto: un primo cauto ma inequivocabile segnale che le trattative punteranno in primo luogo a verificare la fattibilità di una Coalizione Semaforo tra SPD, Grünen ed FDP. Certamente, si annunciano tempi lunghi per la formazione del nuovo Gabinetto, e mentre a Bruxelles dossier sempre più caldi attendono con urgenza di essere lavorati, appare chiaro come occorreranno 4 pragmatismo e flessibilità da parte di tutti gli attori coinvolti per conseguire un risultato positivo in tempi ragionevoli. L’eventuale arrivo di Scholz alla Cancelleria inaugurerebbe per la Germania un’inedita esperienza di governo, caratterizzata da un accorto equilibrio di politiche socialdemocratiche, ambientaliste e liberali, ma comunque nel solco della fedeltà ai valori ed ai principi dell’integrazione europea: in tempi complessi come questi, una prospettiva di partenza abbastanza promettente, in vista delle ardue sfide globali che si prospettano all’orizzonte. Il»toto-coalizione« di Berlino 5 Editore AUTORE EDITORE Andrea De Petris, Docente di Diritto Costituzionale all’Università Giustino Fortunato di Benevento e Direttore Scientifico del Centro Politiche Europee Italia Fondazione Friedrich Ebert in Italia Piazza Capranica 95| 00186 Roma| Italia Responsabile: Dr. Tobias Mörschel| Direttore| FES Italia Tel.:++39 06 82 09 77 90 https://italia.fes.de/ Ordine/contatto: info@fes-italia.org Facebook: @FESItalia Twitter: @FES_Italia L’uso commerciale dei media pubblicati dalla Fondazione Friedrich Ebert non è concesso senza autorizzazione scritta da parte della Fondazione. Le pubblicazioni della Fondazione Friedrich Ebert non possono essere utilizzate come materiale per campagne elettorali. Le posizioni espresse in questa pubblicazione non sono necessariamente posizioni condivise dalla Fondazione Friedrich Ebert.