ANALISI DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI POPULISMI E LA DESTRA IN ITALIA Andrea De Petris, Antonella Seddone Luglio 2020 • In Italia, la pandemia da COVID-19 sta modificando i rapporti di forza all’interno della Destra. • Il populismo cd. sovranista, vincente fino agli inizi del 2020, non mostra un calo di consenso, nonostante si sia mostrato incapace di rappresentare adeguatamente la complessità della crisi sanitaria, economica ed occupazionale. • L’esito finale della crisi, sia a livello nazionale che europeo, condizionerà fortemente gli equilibri politici in Italia e nel campo della Destra populista. DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI POPULISMI E LA DESTRA IN ITALIA Indice Andrea De Petris POPULISMO O POPULISMI? LA DESTRA ITALIANA AI TEMPI DEL COVID-19 2 Introduzione: le componenti del Centro-Destra in Italia ............................................. 2 Inquadramento .................................................................................................. 2 La Destra italiana al tempo del Coronavirus ............................................................. 4 La retorica populista nella crisi da COVID-19 ........................................................... 5 Conclusioni: Quali prospettive per il post Coronavirus? ............................................. 6 Antonella Seddone LA DESTRA ITALIANA: GLI ULTIMI SVILUPPI E LE PROSPETTIVE FUTURE 8 Alle radici del cambiamento nel centrodestra: gli ultimi anni. ..................................... 8 La storia politica dei tre attori del centrodestra ......................................................... 9 Posizioni politiche e programmi ............................................................................. 10 Le ragioni di successi e insuccessi .......................................................................... 11 Prospettive ......................................................................................................... 11 1 FONDAZIONE FRIEDRICH EBERT – Populismi e la destra in Italia POPULISMO O POPULISMI? LA DESTRA ITALIANA AI TEMPI DEL COVID-19 Andrea De Petris INTRODUZIONE: LE COMPONENTI DEL CENTRO-DESTRA IN ITALIA Forza Italia(FI) viene fondata il 18 gennaio 1994 per iniziativa dell’allora imprenditore Silvio Berlusconi, che decide a sorpresa di»scendere in campo« sconvolgendo lo scenario politico italiano. FI, che fin dall’inizio della sua azione politica viene identificato con il suo leader, vince nettamente le elezioni del 27 marzo 1994, ma già il 22 dicembre il I Governo Berlusconi è costretto a dare le dimissioni per dissidi con la Lega Nord. Negli anni successivi, FI vince le elezioni nel 2001 e nel 2008, permettendo a Berlusconi di formare altri tre governi a capo di una coalizione di Centro-Destra. Nel 2009 FI confluisce nel neonato partito di centro-destra Popolo della Libertà(PdL) insieme ad Alleanza Nazionale(AN), movimento post-fascista guidato da Gianfranco Fini. Il 16 novembre 2013, a seguito dello scarso successo del movimento, viene annunciata la chiusura del PdL e la ricostituzione di FI, sempre sotto la guida di Silvio Berlusconi. distinto dalla Lega con cui tuttavia condivide le strutture organizzative. Con Salvini, che dal Giugno 2018 all’Agosto 2019 è Ministro degli Interni e Vicepremier in un Governo di coalizione con il Movimento 5 Stelle, la Lega si allinea alla linea politica cd. sovranista dei leader europei della destra radicale identitari e antieuropeisti. Fratelli d’Italia(FdI) nasce il 21 dicembre 2012 da una scissione dal citato Popolo della Libertà(PdL): in dissenso con la volontà della formazione di Destra di mantenere il sostegno al governo tecnico di Mario Monti, una parte degli esponenti del partito esce dalla maggioranza. Nel 2014 il partito assume la denominazione»Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale«, con l’intento di sottolineare la volontà di recuperare il legame con la formazione politica di provenienza(AN), a sua volta un’evoluzione del partito neofascista Movimento Sociale Italiano(MSI). Sempre nel 2014, la presidenza del partito passa a Giorgia Meloni, già deputata con il PdL e Ministro della Gioventù nel IV Governo Berlusconi dal 2008 al 2011. La Lega Nord nasce il 4 dicembre 1989 su iniziativa di Umberto Bossi(eletto Senatore nel 1992) con l’obiettivo di trasformare l’Italia in un sistema federale, in polemica con la corruzione della classe politica nazionale. Grazie anche alla partecipazione al I Governo Berlusconi nel 1994, la Lega si rafforza e amplia il proprio programma politico: nel 1996 modifica il nome in»Lega Nord per l’indipendenza della Padania«, chiede la realizzazione del federalismo fiscale, che avrebbe dovuto aumentare l’efficienza del sistema socio-­economico attraverso maggiori competenze normative e fiscali alle Regioni, e punta esplicitamente al separatismo del Nord dal resto del Paese. Nei primi anni 2000 la Lega torna ancora al Governo con Berlusconi, e conquista la presidenza di varie Regioni del Nord. Bossi viene sostituito alla segreteria del partito da Roberto Maroni il quale, eletto nel 2012 alla guida della Regione Lombardia, viene a sua volta sostituito da Matteo Salvini nel 2013. Salvini trasforma la Lega da movimento secessionista in un partito di respiro nazionale, euroscettico ed anti-immigrazione, ottenendo consensi anche nel Centro e nel Sud Italia, ma con una crescente identificazione del movimento con il proprio segretario: nel 2018 viene persino fondato il movimento parallelo»Lega per Salvini Premier«, INQUADRAMENTO Pur rientrando tutte nell’area politica del Centro-Destra, le tre formazioni presentano posizioni ideologiche alquanto diverse. Secondo l’art. 1 del suo Statuto, FI è»una associazione di cittadini che si riconoscono negli ideali propri delle tradizioni democratiche liberali, cattolico liberali, laiche e riformiste europee«. FI nasce quindi come movimento di Centro-Destra liberale, di matrice cattolica, favorevole al liberismo economico, lontano da derive nazionaliste e complessivamente filoeuropeista. Il suo elemento più caratteristico è ad ogni modo la sua identificazione con le posizioni personali del suo fondatore, Silvio Berlusconi: nel tempo, ciò ha spinto il partito verso temporanei allontanamenti dalla sua ideologia originaria, ad es. avvicinandolo al cattolicesimo più conservatore o mostrando occasionale indulgenza sui trascorsi del regime fascista. I tratti populisti di FI, che pure non mancano, sono dovuti in primo luogo alle modalità con cui Berlusconi ha guidato il partito dal 1994 ad oggi: grazie soprattutto alla pervasività delle sue aziende radiotelevisive e dei suoi giornali, egli è 2 Populismo o populismi? La Destra italiana ai tempi del COVID-19 stato l’artefice del cambiamento della comunicazione politica. Una peculiarità di questa strategia mediatica è sempre stata quella di cercare un collegamento empatico diretto tra il leader ed il corpo elettorale, cancellando la necessità dei corpi intermedi. Negli anni, Berlusconi cerca il consenso con iniziative mediatiche basate su discorsi e slogan estremamente semplificati e di facile presa emotiva(»L'Italia è il Paese che amo«,»Meno tasse per tutti«,»Per un nuovo miracolo italiano«), non esitando a schierare sia il partito che le sue aziende nelle molte vicende giudiziarie che lo coinvolgono. A livello europeo, FI non ha mai contraddetto la legittimità dell’UE, e nel 1988 è stata accolta nel PPE: questo non ha impedito a Berlusconi di polemizzare occasionalmente contro esponenti di spicco della politica europea. Risulta molto più tradizionale il populismo di FdI: la formazione oggi guidata da Giorgia Meloni non ha mai nascosto i propri legami sia con il già citato Alleanza Nazionale(AN), movimento che nasce nel 1994 come partito post-fascista per poi evolvere verso la destra conservatrice nel 1995, che con il Movimento Sociale Italiano(MSI), partito fondato il 26 dicembre 1946 come riferimento della scena neofascista nella neonata Repubblica italiana. FdI mostra forte continuità con i temi propri della destra sociale tradizionale(conservatorismo nazionale, forte espansione dello stato sociale ma rigorosamente a favore dei soli cittadini italiani, vicinanza al cattolicesimo più tradizionalista ed intransigente) e del populismo antieuropeista. Nello Statuto, il partito si definisce un movimento che»sulla base dei principi di sovranità popolare, libertà, democrazia, giustizia, solidarietà sociale, merito ed equità fiscale, si ispira a una visione spirituale della vita e ai valori della tradizione nazionale, liberale e popolare, e partecipa alla costruzione dell’Europa dei Popoli.« Negli anni più recenti, FdI ha concentrato la propria azione politica contro il fenomeno dell’immigrazione clandestina, auspicando la creazione di blocchi navali nel Mediterraneo, e contrastando l’introduzione di una legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli. Inoltre, il partito ha aumentato gli attacchi contro le istituzioni dell’UE, giudicate prive di una reale legittimazione democratica, e le politiche finanziarie e monetarie dell’Eurozona, considerate come strumenti di un’indebita ed irragionevole austerità economica imposta dagli Stati più influenti dell’Unione – Francia e Germania soprattutto –, accusate di aver stravolto lo stato sociale dei Paesi aderenti alla moneta unica e di inique diseguaglianze sociali. FdI ha quindi intensificato i rapporti con i partiti europei di ispirazione sovranista, come il polacco Diritto e giustizia e lo spagnolo Vox, ed ha aderito al gruppo europarlamentare dei Conservatori e riformisti europei, che auspica una maggiore autonomia degli Stati membri dai vincoli provenienti dall’Unione. Giorgia Meloni ha poi frequentemente rimarcato la propria contrarietà al matrimonio e l’adozione per coppie gay, al ricorso all’aborto e all’eutanasia. La Lega Nord nasce come partito territoriale, in una prima fase favorevole ad una riforma in senso federale dello Stato, per poi aderire ad istanze secessioniste dalla fine degli anni ’90, e virare su una devoluzione delle competenze legislative dal Centro alle Regioni. Sul piano ideologico, il separatismo si accompagna ad un forte conservatorismo sui temi etico-­religiosi(aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, con confluenza sulla Lega di buona parte del voto cattolico del Nord) ma inizialmente opposto alla tipica retorica nazionalista, avvicinando il partito a formazioni come lo Scottish National Party nel Regno Unito, o gli indipendentisti catalani e baschi in Spagna, con cui condivide la promozione di una»Europa delle Regioni« contrapposta ad un’Europa degli Stati. La Lega risulta invece molto più vicina alla destra populista nazionalista in materia di regolarizzazione degli immigrati, avversata nel timore di una»islamizzazione« della società italiana. Il passaggio da Bossi a Salvini ha modificato il posizionamento ideologico della Lega, dal 2013 non più »nordista« ma di portata nazionale e sovranista: la battaglia per l’indipendenza del Nord da Roma viene sostituita con richieste di maggiore autonomia dai vincoli europei, per spingersi a chiedere l’uscita dell’Italia dalla moneta unica e dall’UE. La Lega di Salvini cavalca il risentimento popolare per quella che molti percepiscono come una»invasione« degli immigrati dal Nord Africa verso l’Italia, di cui la Governance europea incentrata sugli accordi di Dublino sarebbe la vera responsabile, ed arriva a sottrarre lo slogan»prima gli italiani« alla Destra post-fascista. La Lega degli ultimi anni condivide con FdI la battaglia contro la moneta unica e le politiche di rigore economico imposte dall’Eurozona, che considera responsabili dell’impoverimento del Welfare nazionale. Infine, la partecipazione della Lega al I Governo Conte in alleanza con il Movimento 5 Stelle(M5S) dal giugno 2018 all’agosto 2019 ha aumentato enormemente il consenso personale di Matteo Salvini, che in quell’Esecutivo era Ministro degli Interni e Vice-Premier, ma ha anche intensificato l’identificazione del movimento con le posizioni del suo Segretario. Sul piano programmatico, oltre alle specifiche diversità di vedute sui temi più attuali(come la gestione dell’immigrazione o l’atteggiamento nei confronti delle misure europee di sostegno alle conseguenze socio-economiche dell’emergenza da COVID-19, di cui si dirà più oltre), le differenze tra i tre partiti dell’area conservatrice italiana possono riassumersi come segue: FI ha sistematicamente portato avanti una battaglia per il rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio rispetto al resto del Governo, mentre FdI(e prima AN) spingono storicamente per la trasformazione in senso semi-presidenziale della forma di governo, con conseguente elezione diretta del Presidente della Repubblica sulla falsariga del modello francese. Nei primi anni di attività la Lega non ha espresso particolari indicazioni sul tema, essendo storicamente interessata ad una forte devoluzione delle competenze normative e fiscali dallo Stato centrale alle autonomie regionali e locali, ma dagli anni’10 del XX secolo non ha nascosto un certo favore per il modello semipresidenziale. I tre partiti sono invece molto più vicini in tema di politiche fiscali, dal momento che concordano sulla sostituzione dell’imposta progressiva sul reddito con una flat-tax unica per tutti(ma ci sono divergenze sull’entità dell’aliquota, che FI vorrebbe al 23% mentre la Lega la fissa al 15%), come pure sull’opportunità di un condono fiscale per consentire a chi ha pendenze con il fisco di chiudere il contenzioso pagando solo una parte del dovuto. Un’altra divergenza all’interno di una posizione sostanzialmente comune riguarda le politiche pen3 FONDAZIONE FRIEDRICH EBERT – Populismi e la destra in Italia sionistiche: tutto il Centro-destra concorda nel voler abolire la disciplina pensionistica vigente(la cd.»Legge Fornero« del dicembre 2011, dal nome della sua promotrice Elsa Fornero, Ministro del Lavoro nel Governo Monti dal 2011 al 2013), ma mentre FI parla di facilitazioni nell’accesso alla pensione, Salvini vorrebbe abbassare la soglia dell’età pensionistica intorno ai 60/62 anni, ed in parte ha dato luogo a questo progetto con l’approvazione nel 2019 della cd.»Quota 100«. FI, FdI e Lega sono vicini anche in termini di rafforzamento delle misure che garantiscono l’ordine pubblico: storicamente, i tre movimenti hanno infatti sempre perseguito politiche di sostegno alle forze dell’ordine, e di incremento del pattugliamento delle strade da parte delle forze di polizia (negli anni 2000 Berlusconi proponeva il cd.»Poliziotto di quartiere«. Negli ultimi anni si è registrata anche una identità di vedute sull’allentamento delle condizioni per il riconoscimento della legittima difesa verso chi reagisce a tentativi di reato: un orientamento culminato nel 2019 con la riforma della cd.»legittima difesa domiciliare«, che rende lecita la reazione ai tentativi di reato subiti nel proprio domicilio, purché la difesa sia proporzionata all’offesa – formula che non ha mancato di sollevare perplessità per la sua genericità dal punto di vista giuridico. In termini di consensi elettorali, il dato più affidabile per un raffronto su scala nazionale può venire dall’esame delle elezioni europee del 26 maggio 2019, l’unica consultazione che abbia interessato l’intero elettortato italiano – sebbene le modalità di espressione del voto e l’affluenza alle urne non siano state le stesse delle elezioni politiche del 2018, per es.. Ad ogni modo, raffrontando il risultato delle ultime Europee con le elezioni politiche del 2018, risulta una netta vittoria della Lega, che è passata dal 17 al 34,4% dei consensi, mentre FI è calata del 5,3%(passando dal 14 all’8,7%) e FdI ha aumentato il proprio seguito del 4,4%(andando dal 2 al 6,4%). Le elezioni regionali celebrate tra il 2019 ed i primi mesi del 2020 hanno confermato la tendenza mostrata dal dato nazionale: nelle cinque Regioni in cui si è votato nel 2019 (Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte ed Umbria) l’alleanza di Centro-Destra ha sempre prevalso su M5S e Centro-­ Sinistra, con la Lega sempre primo partito della coalizione, e FI e FdI alternativamente in seconda o terza posizione nella graduatoria delle preferenze. Nel 2020 ci sono state elezioni regionali in Calabria ed Emilia-Romagna, mentre le altre consultazioni previste per la primavera sono state rinviate probabilmente a settembre. In Calabria la coalizione di Centro-­ Destra ha prevalso, con un testa a testa tra FI e Lega(12,34 contro 12,25%) e FdI al 10,85%, mentre in Emilia – Regione caratterizzata da una tradizione politica pluridecennale di sinistra – il Centro-Sinistra ha vinto, ma all’interno dell’alleanza di Centro-Destra hanno colpito il 31,95% di consensi della Lega e l’8,59% di FdI, contro appena il 2,56% di FI. LA DESTRA ITALIANA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS In Italia, la pandemia da COVID-19 ha posto al centro dell’agenda politica due temi principali: la gestione dell’emergenza sanitaria e socio-economica, e le forme di sostegno agli Stati membri approntate dall’Unione Europea contro la crisi. Pur essendo tutti all’opposizione, i tre partiti della Destra hanno reagito diversamente su entrambi i fronti, ed è quindi opportuno esaminare le ragioni di questa differenziazione. Dei tre, è la Lega che si è trovata in maggiore difficoltà a cavalcare le critiche alla gestione della crisi da parte del Governo, per la ragione che le Regioni maggiormente colpite dal virus(Lombardia e Veneto, soprattutto) sono amministrate da una giunta a maggioranza leghista. Poiché le competenze in materia sanitaria in Italia sono affidate soprattutto alle Regioni, sarebbe stato difficile per il partito di Salvini attribuire tutte le responsabilità per la gestione dell’epidemia a Roma, quando la Regione che ancora riporta il maggior numero di contagi e decessi legati al Coronavirus è la Lombardia, guidata dal 2018 dal leghista Attilio Fontana, e prima di lui dal compagno di partito Roberto Maroni. Peraltro, la Lega non ha mai mancato mai di evidenziare il livello di eccellenza del sistema sanitario lombardo, considerato tra i migliori in Italia, attribuendone il merito ai governi regionali, dal 1995 sostenuti ininterrottamente da maggioranze di Destra. D’altro canto, l’altra Regione storicamente vicina alla Lega, il Veneto(guidato dal 2010 dal leghista Luca Zaia), ha riportato un numero di decessi e contagi molto più limitato di quelli registrati in Lombardia: un dato che, da un lato, consente a Salvini di rivendicare anche il merito di una gestione virtuosa della pandemia da parte leghista, ma che dall’altro lascia intendere che i numeri della crisi in Lombardia implicano errori di governance dell’epidemia anche a livello regionale. Forse anche per questa ragione, Salvini ha seguito una linea piuttosto difforme sulla gestione della pandemia, alternando critiche alle chiusure sempre più rigide imposte da Roma prima al Nord, dove i contagi erano più elevati, e poi al resto del Paese, a richieste – specialmente nelle prime settimane di crisi – di maggiore rigidità sulla mobilità dei cittadini allo scopo di impedire i contagi. Nell’ultima fase dell’emergenza, dalla metà di aprile 2020 in poi, Salvini è tornato a chiedere aperture sempre più ampie, condividendo gli appelli di imprenditori, commercianti e lavoratori, timorosi delle conseguenze economiche ed occupazionali della chiusura pressoché totale in vigore dal 9 marzo 2020. Con gli stessi argomenti, nelle ultime settimane le Regioni a guida Leghista hanno riacceso le polemiche con il Governo centrale, accusato di comprimere eccessivamente l’autonomia regionale, gestendo in modo troppo centralizzato la cd. Fase 2 dell’emergenza, che ha avuto inizio il 16 maggio 2020 con una graduale riapertura di varie categorie di attività imprenditoriali e commerciali. In questo senso, ha fatto scalpore l’iniziativa della neoeletta Presidente di FI della Regione Calabria, Jole Santelli, che con un’ordinanza aveva tra l’altro consentito una riapertura generale di Bar e ristoranti dal I maggio 2020, in contrasto con le chiusure in vigore a livello nazionale. L’ordinanza è stata 4 Populismo o populismi? La Destra italiana ai tempi del COVID-19 poi impugnata ed annullata dal Tribunale Amministrativo Regionale il 9 maggio, suscitando le proteste della Presidente Santelli, la quale ha annunciato una nuova ordinanza intesa a facilitare la circolazione dei cittadini residenti in Calabria all’interno della Regione. Proprio la vicenda calabrese è emblematica di un clima di tensione politica ed istituzionale dalla metà di aprile in poi, quando alcuni Presidenti di Regione hanno chiesto di poter gestire con maggiore autonomia le riaperture dei settori produttivi nei loro territori, giustificandosi con le forti differenze in termini di contagi, ricoverati e deceduti a causa del Coronavirus nelle varie aree del Paese. Il fenomeno accomuna enti territoriali governati da maggioranze sia di destra che di sinistra, ma le maggiori conflittualità si registrano nelle Regioni a guida leghista(Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Calabria), mentre risultano meno polemici gli enti regionali con Presidenti appartenenti a FI(Piemonte, Liguria, Molise, Basilicata), FdI(Abruzzo) o sostenuti da una maggioranza di Centro-Destra non a guida leghista(Sicilia, Sardegna). La polemica di Salvini contro il Governo centrale è condivisa da Giorgia Meloni, la quale, anche a causa della minore visibilità del proprio partito sul piano regionale, lo rappresenta in modo pressoché esclusivo a livello pubblico e mediatico. In FI, invece, la ridotta presenza in pubblico di Silvio Berlusconi ha dato più spazio di manovra ai Presidenti di Regione del partito, come Alberto Cirio(Piemonte) e Giovanni Toti(Liguria): soprattutto quest’ultimo, storico collaboratore di Silvio Berlusconi in FI, ma fondatore nell’agosto 2019 del partito »Cambiamo!«, ha evitato le polemiche e le contrapposizioni normative messe in atto da alcuni colleghi di schieramento leghisti. Si può forse concludere sul punto che, man mano che il risentimento popolare nei confronti delle misure restrittive decise dal Governo è andato aumentando, sono stati soprattutto la Lega, con Matteo Salvini a livello nazionale ed alcuni Presidenti di Regione del suo partito, e FdI con Giorgia Meloni, a cavalcare il malcontento diffuso. Peraltro, la citata performance positiva del Veneto rispetto al contenimento del virus ha aumentato considerevolmente la popolarità del Presidente della Regione, il leghista Luca Zaia, che si è trovato forse suo malgrado ad insidiare la leadership di Salvini, in calo di popolarità dopo la decisione di uscire dalla coalizione di governo con il M5S dell’agosto 2019. La critica della Destra si è estesa rapidamente anche alle istituzioni europee e ad alcuni Stati membri dell’Unione, ritenuti gli indiretti ispiratori della tiepida reazione dell’UE alle richieste di sostegno economico presentate dall’Italia a seguito della crisi pandemica. Man mano che si andavano delineando le possibili azioni di risposta dell’Unione alle aspirazioni italiane, consistenti in specifici programmi di intervento e nell’accesso al MES per le sole spese legate all’emergenza sanitaria, si sono registrate forti contrarietà nell’opinione pubblica italiana. Anche in questo caso, sia Salvini che Meloni hanno tentato di rappresentare l’insofferenza e la delusione per una risposta europea giudicata fredda ed insufficiente rispetto alla gravità della recessione attraversata dall’Italia, promuovendo una comunicazione molto aggressiva nei confronti delle istituzioni europee, degli Stati membri ritenuti contrari ad interventi dell’Unione più generose e senza restrizioni, e del Governo italiano, giudicato incapace di tutelare gli interessi nazionali in ambito continentale. In FI, di contro, non si sono registrate reazioni particolarmente veementi, con Berlusconi che, in netto dissenso con il resto della Destra, si è dichiarato fin da subito favorevole al MES per le sole spese sanitarie. Forse anche per arginare questo ulteriore causa di possibile dissenso verso l’Esecutivo, la maggioranza si è fortemente divisa sul pacchetto di misure di sostegno inizialmente prospettato dalle istituzioni europee: soprattutto nel M5S si sono registrate irritazioni, mentre il Presidente del Consiglio Conte ha insistito fortemente per l’approvazione di strumenti di condivisone dell’indebitamento dovuto alla crisi da COVID-19 tra gli Stati membri dell’Eurozona, come i cd. Coronab­ onds. Questo ha in qualche modo privato la Destra di un’importane arma di propaganda contro la maggioranza, con Salvini e Meloni finiti sullo stesso lato della barricata ideale eretta dal Premier Conte rispetto ai prospettati programmi di intervento dell’Unione, al momento non ancora del tutto definiti. E’ difficile dire se questa scelta di campo di parti della maggioranza e del Capo del Governo possa configurarsi come un’adesione convinta ad una linea politica prettamente populista: in effetti, la tendenza ad assumere posizioni fortemente conservatrici su molte issues di primo piano nello scenario pubblico italiano(immigrazione, infrastrutture, politiche economiche) è presente da tempo tra i 5 Stelle; l’atteggiamento attuale potrebbe spiegarsi con la necessità strategica di non lasciare alla sola Destra il fronte della protesta euroscettica, allo scopo non di rompere i legami europei, ma piuttosto di strappare all’Unione condizioni di aiuto più favorevoli all’Italia. Le varie proposte provenienti dalla sfera europea sulle possibili modalità di finanziamento delle misure di sostegno alla crisi socio-economica hanno indotto posizioni piuttosto differenti da parte della Destra italiana: sul Recovery Fund proposto dalla Commissione Europea, ad es. FI esprime un orientamento favorevole, mentre c’è incertezza in FdI, che vede nella proposta aspetti sia positivi che negativi, e la Lega esprime la sua netta contrarietà. Rispetto alla mozione di Austria, Olanda, Svezia e Danimarca di prevedere forme di aiuto agli Stati membri più colpiti dalla pandemia esclusivamente sotto forma di prestiti, legati a precise condizionalità ed all’attuazione di una serie di riforme strutturali, la Destra ha reagito in maniera più compatta, esprimendo una netta contrarietà alla proposta. LA RETORICA POPULISTA NELLA CRISI DA COVID-19 Per quanto appena detto, dunque, è difficile collocare in un’unica area politica la protesta di matrice populista legata alla crisi pandemica. Certamente, la Destra(soprattutto Lega e FdI, ma meno FI) hanno attuato fin dall’inizio dell’emergenza forme di protesta molto aggressive sia contro la maggioranza di Governo che contro le istituzioni europee, 5 FONDAZIONE FRIEDRICH EBERT – Populismi e la destra in Italia cercando in molte occasioni di presentarle all’opinione pubblica come equanimemente responsabili per le sofferenze sopportate dagli italiani dalla pandemia. D’altro canto, una certa avversione verso i vincoli imposti all’Italia dall’appartenenza all’UE e all’Eurozona risulta condivisa da parti rilevanti del M5 S. Un allineamento simile si ritrova anche riguardo alla dicotomia molto marcata tra l’Italia e l’Europa, e, all’interno di questa, in particolare verso Paesi come la Germania e l’Olanda, che è ben presente nel panorama politico italiano. Il populismo cd. sovranista, che individua nella maggiore concentrazione delle competenze decisionali negli Stati membri ed in un contestuale depotenziamento delle istituzioni europee, il rimedio alle difficoltà socio-economiche dell’Italia, coinvolge non solo Salvini e Meloni, ma anche elementi di spicco del M5S, come l’ex Deputato Alessandro di Battista, tra i primi iscritti al Movimento, ed occasionalmente Vito Crimi, al momento Viceministro dell’Interno e capo politico ad interim del M5S dopo le dimissioni di Luigi Di Maio, attualmente Ministro degli Esteri. Un recente episodio emblematico del fenomeno è stata la deliberazione della Camera del 24 aprile 2020 su un Ordine del Giorno contro l’accettazione del MES presentato da Giorgia Meloni, sul quale il Governo aveva espresso parere contrario, e che ha tuttavia raccolto il voto favorevole di 7 Deputati 5 Stelle. Di fatto, nella crisi da COVID-19 la Destra populista va riproponendo la medesima dialettica dicotomica osservata riguardo ad altri temi di primo piano nel dibattito pubblico italiano, come i condizionamenti della cd. Austerity sulle politiche socio-economiche nazionali, e la gestione dell’immigrazione dal Mediterraneo meridionale verso l’Italia. In tutti questi casi, emerge una costruzione dialogica riassumibile in un dualismo»Noi(Italia) vs. Loro(Unione Europea, Banca Centrale Europea, Germania, Olanda, etc.)«. L’obiettivo di tale narrazione rimarrebbe quello di favorire una polarizzazione tra chi si erge a difensore degli interessi nazionali(la Destra cd. sovranista) e chi non si allinea su queste posizioni, ascritto per questo al cartello dei»nemici dell’Italia«, riducendo la scena politica a due fronti contrapposti riguardo ad un tema fortemente divisivo. Così, la pandemia diventa l’occasione per la Destra di Salvini e Meloni di identificare come avversari sia il Governo nazionale, accusato prima di aver adottato strategie sbagliate contro virus e poi di non consentire la ripresa delle attività produttive tramite misure di contenimento eccessivamente restrittive, sia le istituzioni europee ed i Paesi membri dell’Eurozona più critici verso aiuti economici massicci e senza condizionalità a favore dell’Italia. In entrambi i casi, Lega e FdI si richiamano ad una presunta concezione unitaria di»Popolo«, dei cui interessi essi sarebbero gli interpreti esclusivi. In questa costruzione, chi auspica il dialogo e la mediazione con l’Europa rischia di essere automaticamente bollato come ostile all’interesse dell’Italia, quando non addirittura colpevole di atti di»collaborazionismo« con il nemico, secondo gli schemi più classici del populismo sovranista. CONCLUSIONI: QUALI PROSPETTIVE PER IL POST CORONAVIRUS? L’opinione pubblica italiana è nota per la grande fluidità con cui muta le proprie preferenze: pertanto, non è semplice tracciare prospettive affidabili sulle possibili evoluzioni degli scenari politici nazionali, perché è del tutto evidente che in larga parte le posizioni dei cittadini saranno condizionate nei prossimi mesi dall’evoluzione della fase post-emergenziale della pandemia. Per il momento, dai sondaggi emerge che anche in Italia in tempi di crisi da COVID-19 gli elettori tendono a sostenere chi è momentaneamente alla guida del Paese, presumibilmente nella convinzione che in una fase tanto incerta un cambio di guida al vertice sarebbe comunque rischioso e deleterio. Nonostante le forti critiche da parte della Destra e le gravi difficoltà sopportate negli ultimi mesi dagli italiani, il Presidente del Consiglio Conte gode di alta popolarità: un dato che può spiegarsi col fatto che Conte viene percepito come un soggetto super partes, non identificabile con una determinata parte politica, avendo finora guidato coalizioni sia di centro-destra e che di centro-sinistra, e per questo in grado di riscuotere consensi anche da parte di elettori di area conservatrice. Proprio la popolarità di Conte costituisce uno dei principali problemi per Salvini, che ha la grande difficoltà di presentarsi come antagonista di colui che per un anno era stato a capo di un Esecutivo sorto anche per volontà della Lega. Allo stesso tempo, l’atteggiamento severo ma aperto al dialogo di Conte verso le istituzioni europee chiude nell’angolo Salvini, che nonostante il suo passato di Eurodeputato non è mai andato oltre una politica di scontro con l’Unione Europea, in nome di un sovranismo che aveva pagato in termini di consenso fino all’estate del 2019, ma che sembra non riscuotere più grande successo nel momento in cui la crisi socio-economica da pandemia richiede ai rappresentanti nazionali atteggiamenti realistici e disponibilità al confronto. Non stupisce quindi se dai sondaggi attuali la Lega risulta in calo di oltre 10 punti percentuali in termini di consenso rispetto al luglio 2019, passando dal 37,7% al 26,3% del I giugno: un dato che trova diverse spiegazioni. In primo luogo, la naturale concentrazione di consenso intorno all’»uomo al comando«, osservata come detto in molti dei Paesi alle prese con il Coronavirus, finisce per favorire soprattutto il Premier Giuseppe Conte, il cui indice di popolarità supera ampiamente quello riportato dai partiti della maggioranza che lo sostengono. In ogni caso, a fronte del momentaneo calo della Lega si registra un incremento dei consensi a favore di Fdi, a conferma che la Destra italiana si presenta al momento come un sistema di»vasi comunicanti«: al calo di una delle componenti corrisponde una crescita pressoché della stessa misura dell’altra, confermando la sensazione che ci si trovi in presenza di un»travaso« di voti tutto interno alla stessa area politica, la quale – grazie anche alla sostanziale stabilità di FI, che oscilla tra il 6 ed il 7% di preferenze – conserva sostanzialmente intatta la propria competitività sul piano elettorale. 6 Populismo o populismi? La Destra italiana ai tempi del COVID-19 In secondo luogo, le problematiche legate alla pandemia hanno risvolti pratici, che mal si prestano ad una trattazione meramente ideologica. Alla politica sono richieste soluzioni concrete, strategie di azione, programmi di intervento e prospettive efficaci di rilancio del Paese, insieme alla capacità di agire su vari livelli: locale, nazionale e sovranazionale. In una situazione del genere, chi si limita a criticare l’operato della maggioranza, senza presentare soluzioni alternative concrete, e concepisce il rapporto con l’avversario politico come solo scontro dialettico, viene probabilmente percepito come inefficace e di scarsa utilità rispetto alle gravissime difficoltà presenti ormai da mesi. L’approccio populista abitualmente seguito da Salvini ha portato i maggiori frutti nel periodo in cui si è trattato di gestire – soprattutto a livello mediatico – la crisi legata all’affluenza dei migranti in Italia dal Sud del Mediterraneo, quando la misura(più annunciata che effettivamente realizzata) dei»porti chiusi« catalizzava consenso verso il leader della Lega, senza bisogno(e forse nemmeno intenzione) di andare a trattare sul tema sui tavoli europei. Nel momento in cui l’emergenza sanitaria da COVID-19 diventa anche sociale e lavorativa, invece, la tenuta economica del Paese non può prescindere dalla capacità di negoziare sulle richieste italiane a Bruxelles, Berlino, Parigi o Francoforte: qui il populismo mediatico di Salvini mostra necessariamente la corda, perché fino ad ora non si è mai confrontato su questo fronte. In terzo luogo, il populismo mediatico di Salvini ha investito tutta la sua forza comunicativa sui social network: è nota l’esistenza di una squadra di professionisti del Web guidata dal Social Media Manager Luca Morisi, che si occupa di gestire capillarmente la presenza mediatica di Salvini e del suo partito in Rete. Questo passaggio dalla comunicazione televisiva, che aveva favorito Berlusconi negli anni’90 e primi 2000, alla comunicazione via social, ha indubbiamente costituito un grande vantaggio per i successi elettorali di Salvini: dal 2018 ad oggi, le coalizioni di Destra-Centro(in cui la forza trainante è venuta in molti casi da Lega e FdI anche quando sono stati eletti candidati di FI) hanno vinto 12 delle 14 elezioni regionali, e nelle due in cui ha prevalso un candidato di Centro-Sinistra(Lazio nel 2018 e Emilia-Romagna nel 2019) i rispettivi antagonisti della Destra hanno riportato comunque ottimi risultati. L’agenda politica era occupata in gran parte dalla cd. emergenza migranti, un tema sul quale come detto una comunicazione assertiva e poco razionale come quella che veicolano i social network può risultare vincente: nel momento in cui l’emergenza esige soluzioni concrete, invece, l’opinione pubblica si concentra su argomenti tecnico-scientifici spesso molto complessi, inadatti alla comunicazione populista, incentrata su semplificazioni e slogan veicolati attraverso una serie non di rado autoreferenziale di tweet, post e contributi intenti a facilitare un’identificazione emotiva tra mittente e destinatario del messaggio. avevano tenuto insieme un grande comizio a Piazza San Giovanni, a Roma, alla presenza di decine di migliaia di persone, a cui era seguita una risalita del partito di Salvini nei sondaggi. Evidentemente, l’indisponibilità della piazza sembra penalizzare le sorti politiche della Destra, soprattutto di chi non riesce a trarre altrettanto vantaggio dalle altre forme di comunicazione politica disponibili. La crescita di popolarità dal 7,4% di agosto 2019 all’attuale 14,5% di Giorgia Meloni, contestuale al calo di Salvini, può quindi spiegarsi anche così: nonostante una sostanziale condivisione delle rispettive agende politiche, la Meloni sembra mostrare una maggiore capacità del suo alleato di maneggiare la comunicazione»mainstream«, affidata al mezzo televisivo, ed è andata guadagnando ampiamente terreno nel campo d’azione sovranista. In più, come detto, FdI può permettersi di muovere critiche alla gestione della pandemia da parte del Governo senza dover convivere con il fardello dell’inefficienza mostrata sullo stesso tema dall’Esecutivo regionale della Lombardia, a guida leghista. Una previsione sul futuro del Centro-Destra italiano nei prossimi mesi è estremamente rischiosa: un primo dirimente aspetto riguarderà la capacità di tenuta dell’attuale maggioranza, che va mostrando tensioni anche a causa del graduale affrancamento del Presidente del Consiglio Conte dalle formazioni partitiche che lo sostengono. Sulla durata del Governo incideranno tre fattori tra loro strettamente interconnessi: in primo luogo, gli esiti delle tante misure di contenimento e gestione della pandemia messe in campo dall’Esecutivo, il quale potrebbe concludere anzitempo il proprio mandato laddove il quadro di contagi, ricoveri e decessi dovesse tornare repentinamente a salire dopo l’estate. Secondariamente, un risultato negativo dei negoziati europei sulle misure di sostegno alle economie nazionali più colpite dall’emergenza COVID-19 potrebbe mettere altrettanto sotto pressione Conte ed il suo Gabinetto. Infine, i risultati delle 7 elezioni regionali previste in primavera e attualmente rinviate al prossimo autunno, riguardanti tra le altre zone strategiche del Paese come Campania, Puglia, Toscana e Veneto, potrebbero condizionare fortemente non solo gli scenari politici futuri, ma anche i rapporti di forza all’interno di un’alleanza di Centro-Destra che appare colpita da un’inattesa quanto indecifrabile transizione, in grado di modificarne contenuti, equilibri e modalità di comunicazione. Infine, un elemento che è venuto a mancare negli ultimi mesi alla Destra sovranista è stato la possibilità di organizzare grandi manifestazioni di piazza, in cui portare nello spazio reale i temi e le modalità di comunicazione abitualmente presenti nella sfera virtuale dei social network. Il 19 ottobre 2019 le tre formazioni di Centro-Destra FI, FdI e Lega 7 FONDAZIONE FRIEDRICH EBERT – Populismi e la destra in Italia LA DESTRA ITALIANA: GLI ULTIMI SVILUPPI E LE PROSPETTIVE FUTURE Antonella Seddone ALLE RADICI DEL CAMBIAMENTO NEL CENTRODESTRA: GLI ULTIMI ANNI. Il centrodestra italiano ha oggi un volto nuovo rispetto al passato. Gli equilibri di potere fra i partiti sono cambiati in maniera significativa e la situazione pare in continua evoluzione. La ridefinizione di ruoli interna alla coalizione è frutto di un processo lungo e articolato che parte da lontano. Possiamo identificare un momento chiave, precisamente il novembre 2011, ossia quando la pressione per la crisi economica conduce alle dimissioni di Berlusconi da Presidente del Consiglio dei Ministri. Il successivo insediamento di Mario Monti alla guida del governo innesca una riorganizzazione delle forze politiche. Da un lato, Berlusconi alla guida del Popolo della Libertà(PDL) si trova suo malgrado – e malgrado le perplessità di una parte del suo partito – a sostenere l’esecutivo tecnico(dei ›professori‹). Dall’altro, la Lega Nord (LN) – che attraversa una fase di crisi organizzativa – coglie l’occasione per svincolarsi dal suo storico alleato e-unica forza politica in parlamento – si schiera all’opposizione. Lo scossone successivo si situa a ridosso della campagna elettorale per le Politiche 2013 quando Berlusconi chiude definitivamente all’ipotesi di elezioni primarie per la definizione del candidato premier del centrodestra. Si tratta di un segnale chiaro: la leadership della coalizione non è in discussione. In pochi avevano creduto realmente all’iniziativa. Tuttavia, la mossa unilaterale del leader PDL diventa il pretesto per alcuni esponenti del partito che condividevano un’esperienza politica all’interno di Alleanza Nazionale per creare un nuovo movimento politico: Fratelli d’Italia(FdI) che può così giocare una campagna elettorale di opposizione. Prevedibilmente, queste tensioni trovano una(momentanea) ricomposizione in vista della competizione elettorale. I tre partiti(PDL, LN e FdI) si ripropongono all’elettorato come coalizione unita. una formazione politica nuova che ha fatto della critica alle élite politiche il suo tratto caratteristico. La vittoria del M5S determina un processo di discussione interno ai singoli partiti. Nel centrodestra, la Lega Nord è impegnata in una ricostruzione organizzativa. Le vicende giudiziarie che coinvolgono Umberto Bossi rappresentano un momento durissimo per il partito e per la prima volta emergono – anche se timide – avvisaglie di fratture interne e una nuova generazione di dirigenti leghisti preme per una ristrutturazione del partito. Fratelli d’Italia, dal canto suo, ha già anticipato questo processo di rinnovamento emancipandosi dal Popolo della Libertà e con la leadership di Giorgia Meloni, donna e under40. Il restyling organizzativo del PDL assomiglia invece a un ritorno al futuro. L’esperienza del partito si conclude e ritorna alle origini riprendendo il nome di Forza Italia e confermando alla guida ancora Berlusconi. A questo punto i tre attori del centrodestra prendono strade parallele, pur conservando lo spirito di coalizione in sede elettorale. Nel 2018, il risultato delle politiche è ancora una volta inaspettato. La conferma della solidità elettorale(almeno a livello nazionale) del Movimento 5 Stelle si accompagna a un rovesciamento degli equilibri nel centrodestra con la Lega Nord davanti a Forza Italia. La paziente negoziazione condotta dal Presidente della Repubblica conduce a un accordo di governo fra M5S e Lega. Il centrodestra si frantuma con due partner della coalizione centrodestra relegati all’opposizione. Sembra un punto di non ritorno, almeno fino a quando Salvini – forte del risultato delle Europee 2019 – non tenta la spallata al governo gialloverde. Il fallimento di questa forzatura si risolve con la nascita del governo giallorosso con Conte confermato alla guida dell’esecutivo. La Lega all’opposizione ritrova i vecchi partner della coalizione. Il centrodestra è nuovamente dallo stesso lato della barricata, ma in una situazione del tutto differente rispetto al passato. Il resto è noto. Le elezioni del 2013 irrompono come uno shock. L’inaspettato successo del Movimento 5 Stelle – alla prima competizione nazionale – segnala di un cambiamento radicale negli orientamenti degli italiani che reificano quella crescente sfiducia verso i partiti premiando con il loro voto 8 La destra italiana: gli ultimi sviluppi e le prospettive future LA STORIA POLITICA DEI TRE ATTORI DEL CENTRODESTRA Forza Italia Forza Italia, Popolo della Libertà e poi nuovamente Forza Italia. Il partito di Berlusconi ha cambiato nome e configurazione nel tempo, ma ha sempre conservato un elemento di continuità che coincide precisamente nel suo leader e nella natura personale della struttura organizzativa della formazione politica. Il ›partito di Berlusconi‹ non è solo una scorciatoia retorica, ma l’indicazione di una relazione – de facto una relazione di proprietà – che lega indissolubilmente l’organizzazione partitica ai destini del suo capo. Senza necessità di una legittimazione congressuale quella di Berlusconi è una leadership che non prevede alternative. E seppure nel tempo collaboratori fedeli l’abbiano affiancato nella gestione del partito(es. Angelino Alfano, Giovanni Toti, Antonio Tajani) di fatto il controllo è sempre rimasto nelle sue mani. Berlusconi scende in campo nel 1994 in quel momento di passaggio fra Prima e Seconda Repubblica che ridefinisce i contorni e gli attori della politica italiana. Si propone come la novità dell’imprenditore prestato alla politica utilizzando gli argomenti tipici dell’antipolitica che rifiuta la politica di professione e le sue logiche. Soprattutto, rimodula procedure e lessici della politica, imponendo definitivamente la televisione come arena di comunicazione. Berlusconi si affianca a due attori partitici. Da un lato la Lega Nord e dall’altro Alleanza Nazionale, erede della tradizione missina ormai depurata delle sue componenti ideologiche più legate al fascismo. Questa triade funziona proprio perché Forza Italia è baricentrica e Berlusconi agisce da garante, interlocutore e mediatore fra le istanze dei due alleati. Se la LN conserva e difende la sua autonomia organizzativa, lo stesso non si può dire per Alleanza Nazionale. Nel Novembre 2007, prende forma infatti il Popolo delle Libertà, un nuovo partito politico che nasce dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale. Si tratta di una decisione (estemporanea) di Berlusconi che reagisce a quanto avviene nel campo della sinistra dove i due partiti maggiori stanno confluendo in una nuova formazione politica: il Partito Democratico. Nella stessa logica, Berlusconi lancia la sua idea di rinnovamento anche all’interno del centrodestra. Per Alleanza Nazionale questo è un passo difficile, il partito per tradizione ideologica e organizzativa non si adatta precisamente alle logiche del partito personale. Emergono le prime vere contestazioni della leadership di Berlusconi, ma sempre sedate e ricomposte. Saranno però le vicende giudiziarie, quelle legate ai festini di Arcore più che i processi relativi al fisco, a fiaccare l’appeal del leader sull’elettorato e la sua capacità di controllo su partito e coalizione. La crisi economica fa il resto. Come si anticipava sopra, le dimissioni del 2011 rappresentano un punto di svolta. La resa del leader significa la fine della egemonia del partito nell’area politica del centrodestra e innesca un percorso di ricollocazione per molti esponenti del partito scettici sul fatto che il leader possa garantire rielezione. Da quel momento il partito si trascina stancamente, ritrova il nome delle origini – Forza Italia – e da un punto di vista organizzativo resta uguale a sé stessa e al suo leader. Forza Italia dunque esiste e resiste, ma si è ridotta nel peso e nell’influenza dentro e fuori l’area del centrodestra. Anche l’avvicinamento all’area Renziana con il cosiddetto Patto del Nazareno – secondo l’espressione giornalistica utilizzata per denominare l’accordo fra PD e Forza Italia nel gennaio 2014 per l’elaborazione di riforme – va letto come un tentativo di ritrovare spazio e voce in un’arena politica affollata di nuovi attori che minacciano di relegare in posizione marginale i vecchi partiti. Ma anche questa scelta non fa che acuire la dialettica interna al partito, senza peraltro rafforzarlo elettoralmente ma anzi consolidando la visibilità di un altro attore del centrodestra che in quella fase inizia a far valere la sua voce: Matteo Salvini e la sua nuova Lega(Nord). La Lega e la rimozione del Nord La Lega Nord è il partito più longevo della scena politica italiana, sopravvive alla Prima Repubblica e si afferma durante la Seconda Repubblica. L’alleanza con Silvio Berlusconi consente al partito di occupare posti di governo conquistando rilevanza a livello nazionale. Lo stile e le retoriche di Umberto Bossi sono quelle populiste, con l’attacco alle élites politiche(›Roma Ladrona‹) che minacciano il benessere del popolo(›il nord‹). La LN è un partito federale, dotato di una organizzazione territoriale capillare nelle regioni settentrionali ed è lì che coltiva il suo feudo elettorale in maniera del tutto simile ai tradizionali partiti di massa. Bossi rappresenta non solo il padre fondatore, ma un vero e proprio leader carismatico. La sua leadership entra in crisi a causa delle vicende giudiziarie che vedono coinvolto lui e il ›cerchio magico‹, ossia la stretta rete di collaboratori (e familiari) che lo aveva affiancato nella gestione del partito durante le difficoltà di salute. Il 5 Aprile 2012 a seguito delle sue dimissioni a seguito dello scandalo che coinvolge il tesoriere del partito Belsito la guida del partito viene affidata a un triumvirato composto da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago. Contestualmente, Bossi viene così nominato Presidente federale del partito, una carica di fatto priva di poteri decisionali ma utile a non lacerare il partito ribadendo l’importanza(almeno) simbolica del leader storico. A distanza di pochi mesi, inizio Luglio 2012, Roberto Maroni ottiene – a maggioranza- la nomina a segretario della LN inaugurando un percorso di transizione e di ristrutturazione organizzativa del partito. Il 26 Febbraio 2013 Maroni vince le elezioni regionali in Lombardia. Si tratta di una vittoria non scontata(sono solo 4 i punti che lo distanziano dal candidato del centrosinistra), e proprio per questo contribuisce a restituire rilevanza al partito. Nel settembre 2013 presenta le sue dimissioni per dedicarsi completamente al mandato elettorale. Il 7 Dicembre 2013, gli iscritti della LN partecipano a elezioni primarie – procedura non inclusa nello statuto del partito – e assegnano la guida del partito a Matteo Salvini (con l’82% delle preferenze). Lo ›sfidante‹ era Umberto Bossi e si consuma così definitivamente il passaggio della Lega a una nuova fase. 9 FONDAZIONE FRIEDRICH EBERT – Populismi e la destra in Italia Matteo Salvini fa parte di una generazione di leghisti che si è formata all’interno del partito, vanta un lungo cursus honorum fra il consiglio comunale di Milano e il Parlamento di Strasburgo. Della Lega originaria il nuovo leader conserva il tratto populista. Resta l’attacco alle élites ma il target è riorientato: da Roma a Bruxelles. Salvini si fa interprete del malcontento dei cittadini che soffrono le conseguenze della crisi economica, rivendicando la posizione del suo partito contraria al governo Monti e delle politiche di austerity. Salvini riposiziona il partito in chiave euroscettica e recupera – esasperandolo – il tema della sicurezza e dell’immigrazione. Ma il discorso si articola ora in chiave nazionale. Il Nord viene progressivamente accantonato per abbracciare una retorica pienamente nazionalista. I social media divengono strategici in questo passaggio. Twitter e soprattutto Facebook sono impiegate come piattaforme di comunicazione che consentono a Salvini di ovviare alla debolezza organizzativa del partito al di fuori del circuito settentrionale. In una logica di disintermediazione, il leader sui social può allacciare una relazione diretta con il suo pubblico allargando la platea dei suoi sostenitori abbracciando pienamente una logica di personalizzazione. Il partito ha due facce: conserva strutture e radicamento organizzativo al Nord, dove mantiene il controllo di regioni cruciali come la Lombardia e il Veneto, ma attraverso i social media e una campagna di comizi offline sfonda anche Sud. In vista delle elezioni politiche 2018 il Nord viene rimosso anche dal simbolo di partito mentre compare il richiamo diretto al leader(›Salvini Premier‹). La Lega – abbandonato il tratto regionalista – si impone come forza nazionale con un chiaro posizionamento a destra e compiutamente populista. Il successo elettorale delle politiche consente a Salvini di costruire una coalizione di governo con il M5S, abbandonando gli storici alleati della sua coalizione. Come Ministro degli Interni del governo gialloverde, il leader leghista può ingaggiare un’azione di governo(e una martellante comunicazione sui social e sui media mainstream) sui temi della sicurezza: la presenza sui social è accompagnata da una campagna sul territorio costante fatta di eventi e comizi, nazionalizzando le campagne elettorali locali e regionali. politica all’interno di Alleanza Nazionale(e prima ancora per alcuni fra le fila del Movimento Sociale Italiano). A ridosso delle elezioni politiche 2013, trovano una finestra di opportunità per affrancarsi dal PDL(e Berlusconi) per tornare alla loro specificità politica. D’altra parte, la creazione del Popolo delle Libertà è stata subita più che voluta da AN. FdI è quindi l’occasione per tracciare una linea di demarcazione all’interno del centrodestra e tornare a coltivare il proprio bacino elettorale, ottenendo potere di negoziazione all’interno di una coalizione in disfacimento. Il partito recupera i temi cari alla tradizione della destra italiana puntando su temi come la difesa della famiglia tradizionale, le radici cattoliche, la difesa del ruolo dello stato in economia, l’attenzione per i problemi del mezzogiorno senza trascurare però toni critici verso l’immigrazione, identificata come minaccia all’identità nazionale. La leadership del partito è affidata a Giorgia Meloni, giovane anagraficamente ma di lunga esperienza politica. Affiancata da un gruppo di dirigenti che hanno esperienza di partito e istituzionale, Meloni – anche a fronte di dati di sondaggio non esaltanti – gestisce efficacemente la sua visibilità mediatica e conserva una posizione strategica all’interno della coalizione senza mai rompere né con Berlusconi né con Salvini. Azionista di minoranza nella coalizione è sfidata dalla nuova Lega di Salvini che con la virata nazionalista recupera e reinterpreta i temi su cui la destra tradizionale aveva avuto la ownership. FdI, però, può contare su un voto fedele e identitario e con il 6,4% ottenuto in occasione delle Europee 2019 vede una crescita del sostegno elettorale intercettando proprio gli scontenti del governo gialloverde. Si potrebbe già parlare di un successo, ma le prospettive di crescita per FdI si sono allargate con la fine del sodalizio fra M5S e Lega. Salvini relegato all’opposizione perde la visibilità istituzionale garantita dal suo ruolo come Ministro degli Interni e paga un arretramento nei sondaggi. Di fatto, Meloni e Salvini giocano ora ad armi pari. POSIZIONI POLITICHE E PROGRAMMI Il test delle Europee 2019 con la Lega al 34% certifica il successo di questa strategia, e registra un ribaltamento di equilibri interno alla coalizione di governo. Salvini alza la posta in gioco e ingaggia uno scontro con il governo Conte, con il chiaro intento di dare una spallata al governo. Qui è la convergenza di interessi degli altri attori nello scacchiere politico a far fallire i piani di Salvini. Nessuno(o quasi) ha interesse ad andare a nuove elezioni e nel pieno agosto prende vita e forma un’inedita coalizione di governo che affianca PD e M5S isolando Salvini e la sua Lega. E il passo cambia. Salvini paga l’azzardo in termini di consenso e perde la centralità politica di cui aveva goduto a vantaggio del terzo componente della coalizione: Fratelli d’Italia. Fratelli d’Italia FdI nasce su istanza di un gruppo di parlamentari eletti fra le fila del PDL che non hanno mai condiviso la linea berlusconiana a sostegno del governo Monti. Li accomuna la storia Forza Italia si è sempre presentato come un partito liberale e ancora mantiene l’attenzione su quelli che sono stati sempre i suoi cavalli di battaglia: difendendo la libertà d’impresa e auspicando una minore ingerenza dello Stato nella gestione dell’economia. Su queste issues, il partito conserva la ownership, ma – e per questo paga in termini di incisività nel dibattito pubblico – fatica a collocarsi sulle questioni che più polarizzano l’opinione pubblica. Se il partito presenta posizioni critiche sull’immigrazione, è anche vero che questo tema non emerge come saliente nelle sue proposte politiche. Sicuramente, non lo affronta con l’enfasi o i toni adottati dagli altri due attori della coalizione. E lo stesso si può estendere anche per quel che riguarda la dimensione europeista del partito. La figura di Antonio Tajani – vicepresidente di FI – in questo frangente è centrale. L’esponente forzista infatti ha costruito la sua carriera politica a Bruxelles, ricoprendo per due mandati il ruolo di Commissario e poi di Presidente del Parlamento Europeo. Ed è dunque impensabile per il partito 10 La destra italiana: gli ultimi sviluppi e le prospettive future rincorrere le retoriche euroscettiche di Lega e Fratelli d’Italia. Semmai per FI diventa essenziale conservare una posizione all’interno dei Popolari Europei anche in funzione di una riabilitazione politica di Berlusconi. La Lega – depurata degli elementi federalisti e di autonomia dei governi locali – attinge ai temi cari ai propri alleati di governo, reinterpretandoli. Per certi versi la piattaforma programmatica del partito appare frammentata riflettendo la frenesia comunicativa del leader sui social. Il partito è attivo su più fronti, tutti declinati in chiave populista di contrapposizione fra èlites e popolo. L’attenzione si focalizza dunque sulle rivendicazioni delle partite IVA, l’abbassamento dell’imposizione fiscale, la riforma delle politiche previdenziali e l’abolizione della riforma Fornero senza trascurare le questioni securitarie, peraltro tematica cara alla LN delle origini. Ma è soprattutto sulla lotta all’immigrazione che si concentra l’attenzione del partito e gran parte dell’attività di Salvini come Ministro dell’Interno, basti pensare alle controverse decisioni sulla chiusura dei porti alle navi attive nel Mediterraneo in soccorso ai naufraghi in partenza dalla Libia. Accantonato il Nord, la Lega si rimodula in chiave nazionalista oltre che nazionale. L’immigrazione, come pure l’euroscetticismo sono infatti declinati in funzione della difesa dell’identità e degli interessi nazionali. Queste tematiche sono in verità centrali anche nella comunicazione di FdI. E a ben vedere, le sovrapposizioni fra le piattaforme programmatiche dei due partiti sono numerose. Ma nel caso di Fratelli d’Italia il nazionalismo si lega alla tradizione ideologica del partito, ed è Patria. Il nazionalismo non è costruito retoricamente. Non è un sovranismo di derivazione populista come quello leghista, ma un tratto costitutivo. Persiste anche per FdI la tematizzazione populista nei modi e nei toni, ma accanto alla lotta all’immigrazione e alla critica all’Unione Europea hanno maggiore rilievo le tematiche legate alla difesa delle tradizioni culturali italiane con enfasi sulla famiglia tradizionale e le radici cattoliche. Si tratta di questioni che entreranno anche nella retorica leghista ma solo in una fase più avanzata della campagna elettorale per le Europee 2019(con gesti spesso teatrali come il bacio del rosario). Per quanto simili le proposte di Lega e FdI presentano alcuni tratti caratteristici. In particolare, il partito di Giorgia Meloni si caratterizza per un’adesione alla tradizione della destra combinando i temi di patria, e valori nazionali alla necessità di un ruolo più forte dello Stato nell’economia. Proprio sui temi economici emergono le distanze fra i due partiti. La Lega, difatti, conserva i legami con il tessuto produttivo del Nord e si fa quindi interprete delle istanze imprenditoriali che invece ambirebbero a maggiore liberalizzazione dei mercati. LE RAGIONI DI SUCCESSI E INSUCCESSI Inquadrare le ragioni del capovolgimento di equilibri di potere all’interno del centrodestra è impresa ardua. Il successo della Lega e la rincorsa di Fratelli d’Italia si inquadrano nel più ampio discorso dell’affermazione dei movimenti populisti nelle democrazie contemporanee. La crisi economica del 2008 ha rivelato le debolezze dei sistemi economici, le criticità insite nei processi di globalizzazione finanziaria e i rischi della delocalizzazione della produzione industriale. Le risposte politiche alla crisi sono state insufficienti e gli attori politici mainstream si sono rivelati incapaci di reagire alle domande di sostegno al reddito e all’occupazione dei cittadini. I populismi hanno offerto risposte semplici, articolate sulla contrapposizione fra popolo ed élites. Lega e FdI hanno rafforzato i loro discorsi politici su questo registro e complice un utilizzo strategico dei social media hanno avuto capacità di dare visibilità e rilevanza alle loro argomentazioni. Berlusconi e Forza Italia, invece, scontano una debolezza strutturale, laddove in un partito personale la crisi del leader coincide con la crisi del partito. L’assenza di una struttura organizzativa e la scarsa autonomia della classe dirigente del partito condannano ora Forza Italia a una situazione di marginalità all’interno della coalizione e nella scena politica italiana in generale. Da un punto di vista elettorale, gli studi segnalano una certa fluidità all’interno del centrodestra con flussi di voto in uscita da FI. Gli studi segnalano che è proprio sugli elettori in uscita da Forza Italia che la Lega costruisce parte del successo elettorale nel 2018. Il bacino elettorale della Lega si rimodula allargando la propria influenza al Sud(come testimoniato anche dal successo alle competizioni regionali). Diversificando da un punto di vista sociodemografico il profilo dei suoi sostenitori, la Lega di Salvini intercetta nuova linfa fra elettori più giovani, più istruiti e soprattutto meridionali. Le ricerche di Itanes(Italian National Electoral Studies) sottolineano l’ambivalenza dell’elettorato leghista, se i tradizionali votanti leghisti mostrano uno spiccato interesse per la politica e una sostanziale aderenza ideologica alle posizioni del partito (sempre più a destra), i nuovi elettori – quelli conquistati – appaiono meno coinvolti politicamente e non collocati sul piano ideologico. Giorgia Meloni e FdI, invece, fanno affidamento su un bacino di voti provenienti da elettori fedeli ma eterogenei nel profilo sociodemografico: imprenditori e dirigenti come pure pensionati. Ma soprattutto registrano un consolidamento al Sud e una crescita nelle regioni settentrionali. Il successo alle elezioni europee si costruisce attorno a un insieme di fattori diversi. Il partito erode consensi dall’area di centrodestra, in misura analoga sia dalla Lega che da Forza Italia, ma anche dal Movimento 5 Stelle. Non solo, i dati di sondaggio rilevano che una componente dell’elettorato di Giorgia Meloni proviene da cittadini che nel 2018 avevano optato per l’astensione. PROSPETTIVE La politica italiana ci ha abituato ai colpi di scena. I tratti di maggiore instabilità sono stati spesso associati all’area del centro-sinistra e ai suoi partiti lacerati dai litigi di correnti interne e frequenti scissioni. Al contrario, il centrodestra appariva più solido. Il ruolo di Silvio Berlusconi a partire dalla sua ›discesa in campo‹ nel 1994 è stato quello di federatore all’interno di una coalizione eterogenea – almeno quanto quelle che via via si sono aggregate nell’area di centrosinistra – ma di fatto coesa e capace di disinnescare potenziali conflitti ed evitare le fratture. Oggi la situazione è differente. Berlusconi non è più baricentrico nella sua area politica e il suo indebolimento ha innescato una riconfigurazione del 11 FONDAZIONE FRIEDRICH EBERT – Populismi e la destra in Italia centrodestra. Forza Italia, fiaccata da scarsi risultati elettorali, è sfidata su due fronti da due giovani leader: da un lato, la Lega di Salvini che ha messo in soffitta il Nord e spostato l’asse della coalizione a destra; e dall’altro lato, Fratelli d’Italia che capitalizza la posizione all’opposizione e cresce nei sondaggi. In questo quadro, dunque, FI è l’anello debole della coalizione e le prospettive non sembrano in questa fase preludere a tempi migliori. Salvini, dal canto suo, ha cambiato volto al suo partito portandolo a quote di consenso inedite, ma sconta ora il fallimento della strategia Papeete. Chi può capitalizzare la situazione in questo momento è Giorgia Meloni. Dagli scranni dell’opposizione – che occupa costantemente dal 2013 – la leader di FdI può rivendicare la distanza del suo partito dalle élites di governo e raccogliere consensi dai delusi della Lega ormai sempre più contigui ideologicamente. Tuttavia, alla luce dell’emergenza Covid-19 è difficile tracciare prospettive all’interno del centrodestra, sempre più a trazione populista e spostato a destra. Le priorità della politica Italiana sono ridefinite, relegando le beghe di coalizione a un affare marginale di davvero scarsa rilevanza. Ancora una volta eventi esterni ridefiniscono il quadro politico. In questo caso, il nemico è invisibile e colpisce indistintamente nord e sud dell’Italia, nord e sud dell’Europa e del Mondo. Gli schemi delle narrazioni populiste che rifiutano gli esperti e celebrano il sapere del cittadino comune non funzionano. La semplificazione populista può dunque perdere mordente, ma certo non sparire. Molto dipenderà da come questa crisi sarà tematizzata anche e soprattutto nel dibattito pubblico e dal ruolo giocato da partiti mainstream e Unione Europea. È una sfida dura. La più dura dal secondo dopoguerra. 12 EDITORE AUTORI Andrea De Petris: Ricercatore di Diritto Costituzionale, Università Giustino Fortunato, Benevento Responsabile scientifico di Cep Italia, Roma Antonella Seddone Ricercatrice all’Università degli Studi di Torino EDITORE Fondazione Friedrich Ebert in Italia Piazza Capranica 95| 00186 Roma| Italia Responsabile: Dr. Tobias Mörschel| Direttore| FES Italia Tel.:++39 06 82 09 77 90 www.fes-italia.org Ordine/contatto: info@fes-italia.org Facebook: @FESItalia L’uso commerciale dei media pubblicati dalla Fondazione Friedrich Ebert non è concesso senza autorizzazione scritta da parte della Fondazione. Le posizioni espresse in questa pubblicazione non sono necessariamente posizioni condivise dalla Fondazione Friedrich Ebert. POPULISMI E LA DESTRA IN ITALIA • In Italia, la pandemia da COVID-19 sta modificando i rapporti di forza all’interno della Destra. • Il populismo cd. sovranista, vincente fino agli inizi del 2020, non mostra un calo di consenso, nonostante si sia mostrato incapace di rappresentare adeguatamente la complessità della crisi sanitaria, economica ed occupazionale. • L’esito finale della crisi, sia a livello nazionale che europeo, condizionerà fortemente gli equilibri politici in Italia e nel campo della Destra populista.