FES BRIEFING IL MODELLO ITALIANO – E QUELLO CHE L’EUROPA DEVE FARE ADESSO Luca Argenta / Michael Braun / Tobias Mörschel Marzo 2020 Fino al 21 febbraio sembrava che l’Italia non fosse colpita quasi per niente dalla crisi del coronavirus. A Roma si contavano solo tre casi di contagio(una coppia di turisti cinesi e un italiano di ritorno dalla Cina): individuati ed isolati rapidamente, non avevano contagiato nessun altro. Ma poi, il 21 febbraio si registrava un primo caso in Lombardia e quasi contemporaneamente un altro caso in Veneto. Ben presto si rendeva evidente l’impossibilità di ricostruire per questi casi la catena dei contagi: evidentemente – come hanno poi dimostrato i numerosi casi dei giorni successivi – in quelle zone l’epidemia era in corso già da settimane senza essere stata rilevata. Da allora l’Italia affronta una crescita esponenziale di contagi e decessi, ed essendo stata il primo paese europeo a confrontarsi con l’avanzare, perlopiù incontrollato, dell’epidemia non ha potuto trarre né dalla propria storia né dall’esperienza di altri paesi europei un modello, sia pure approssimativo, al quale ispirarsi. La sera del 18 marzo sono stati dichiarati 35.713 casi accertati in tutto il paese, tra i quali si contano più di quasi 3.000 decessi. tutti i ristoranti, i bar e i negozi che non vendono beni di prima necessità sono chiusi e i cittadini sono condannati agli arresti domiciliari. Nel corso di una settimana l’Italia è quindi passata dalla chiusura delle scuole alla chiusura dell’intero paese, cambiando radicalmente paradigma. Nei primi giorni di marzo il sindaco di Milano Beppe Sala poteva ancora lanciare lo slogan,»Milano non si ferma«, mentre gli imprenditori e le loro associazioni, temendo conseguenze sull’economia, protestavano contro le ulteriori restrizioni persino in alcune delle zone di crisi più colpite della Lombardia. Ma, adesso è l’Italia ad essere un modello per l‘Europa, con le sue parole d’ordine principali:»distanziamento sociale« e»appiattire la curva dei contagi«. Infatti, non potendola più fermare, adesso si tratta di rallentare il diffondersi dell’epidemia, anche se questo ha costi altissimi nel campo dei diritti civili e in quello economico: si tratta però dell’unica possibilità di evitare il crollo del sistema sanitario e il tributo di altre innumerevoli vite. Col senno di poi è facile giudicare troppo timide molte delle reazioni avute dallo Stato italiano. Ma al momento dei fatti sono state accolte, anche all’estero, con uno stupore di segno opposto: ci si chiedeva se fossero davvero necessarie. Fin dal 22 febbraio il governo aveva istituito due zone rosse di quarantena molto ben delimitate, isolando rigorosamente undici comuni, tra Lombardia e Veneto, per un totale di circa 50.000 abitanti. Ma tutto ciò non bastava a frenare un’ulteriore avanzata del virus. Perciò nel pomeriggio del 4 marzo è stata decisa la chiusura completa, tempestiva ed immediata di tutti gli istituti di istruzione e formazione del paese – dagli asili alle università – a partire dal giorno successivo per un periodo inizialmente fissato a dieci giorni; nel frattempo la chiusura è stata estesa fino al 3 aprile. L’8 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte firmava un decreto che imponeva drastiche limitazioni a 16 milioni di abitanti della regione Lombardia e di altre 14 province dell’Italia settentrionale, vietando tutti gli eventi pubblici e consentendo ai cittadini di lasciare la propria abitazione solo per recarsi al lavoro, a fare la spesa o per altre incombenze irrinunciabili. Dopo soli tre giorni le limitazioni, ulteriormente inasprite, venivano estese nella notte a tutta l’Italia. Da allora Alle gravi conseguenze socioeconomiche il governo cerca di far fronte con una serie di misure: l’11 marzo il parlamento all’unanimità votava un primo stanziamento di 25 miliardi di euro aggiuntivi al bilancio dello Stato. A questo faceva seguito il dettagliato decreto del 16 marzo che, tra le altre cose, prevede un notevole ampliamento della cassa integrazione per gli occupati, misure di sostegno al reddito per i lavoratori autonomi, bonus per i servizi di baby-sitting, dilazioni fiscali per le imprese e dilazioni del credito. In conclusione si può affermare che il governo italiano, dopo un’iniziale titubanza, sia passato con decisione ad una linea che implica limitazioni fino a pochi giorni fa impensabili per un’Europa in tempo di pace. Il volto che lo Stato italiano mostra ai suoi cittadini in questa crisi è soprattutto quello del presidente del consiglio Giuseppe Conte che, nei suoi discorsi alla nazione, di fatto unisce i ruoli di capo di governo e capo di Stato. Lo contraddistingue una comunicazione estremamente efficace: Conte appare al contempo calmo e deciso, non edulcora la durezza delle limita1
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